A CATIGNANO C’È CHI PROPONE DI IMBRACCIARE I FUCILI CONTRO I PICCIONI


CATIGNANO – “Sappiamo che i sindaci devono ricorrere a ‘metodi ecologici’ di contenimento del fenomeno, secondo il principio di prevalenza della disciplina ambientale (Direttiva Uccelli 2009/147/CE). Ma purtroppo, a Catignano tutti i tentativi fatti sono falliti. Gli escrementi dei piccioni sono responsabili dei danni da corrosione alle strutture e di un forte degrado cittadino”.

Così in una nota Berardo Di Giandomenico, portavoce del comitato cittadino, che chiede all’amministrazione di procedere con un piano di contenimento dei piccioni.

“Ma il pericolo più grave è derivato dal fatto che il guano porta con sé agenti patogeni e parassiti, derivanti dagli escrementi e dai resti dei volatili morti, veicoli di trasmissione di malattie infettive come la salmonellosi, l’ornitosi, la borrelliosi, la toxoplasmosi, l’encefalite e la tubercolosi”.

“I batteri si espandono liberamente nell’aria e giungono nei luoghi pubblici e nelle aziende, contaminando oggetti di uso quotidiano e persino il cibo”, fa osservare Di Giandomenico, “la contaminazione fecale dell’ambiente, la polverizzazione e dispersione del guano, la presenza di nidi negli edifici, causano danni talvolta irreparabili, sono occasione di diffusione e di contagio di malattie infettive all’uomo”.

“A questo punto, chiedo al sindaco di autorizzare piani di abbattimento mediante armi da fuoco ove è consentita l’attività venatoria, ai fini tutela igienico-sanitaria e di quella dei beni culturali, concordandoli con regione, Atc e Ispra”.

“I colombi di città, secondo il pressoché pacifico orientamento degli organi tecnici dello Stato nonché della giurisprudenza, fanno parte della fauna selvatica in quanto vivono ‘in stato di libertà naturale’, risultando come tali soggetti al sistema di tutele di cui alla legge n. 157 del 1992”, ricorda Di Giandomenico.

“Prima di disporre l’abbattimento a mezzo arma da fuoco occorre dunque rispettare quanto previsto dall’art. 19 della legge n. 157 del 1992 e quindi, in prima battuta, è necessario il ricorso a ‘metodi ecologici’ di contenimento del fenomeno; soltanto una volta falliti questi tentativi è allora possibile, in seconda battuta, l’adozione di piani di abbattimento da realizzare, in ogni caso, per mano di guardie venatorie all’uopo preposte”.

“Questo è un problema simile a quello del cinghiale e quindi va affrontato e risolto, non facciamo come lo struzzo che e ficca la testa sotto la sabbia!”, conclude Di Giandomenico.

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