Cronaca 16 Ott 2026 15:53

Amarelli, da una Lady Liquirizia all’altra: le scatoline iconiche raccontano la storia aziendale e italiana

Amarelli, da una Lady Liquirizia all’altra: le scatoline iconiche raccontano la storia aziendale e italiana
Pina Amarelli

CORIGLIANO ROSSANO – Due epoche diverse. Due donne che portano lo stesso nome, che si sono ritrovate alla guida di un’azienda un po’ per caso e con le loro scelte hanno contribuito a tracciare un cammino luminoso.

Da Amarelli, la più antica e celebre azienda italiana dedicata alla coltivazione e alla lavorazione della liquirizia, fondata nel 1731 a Rossano (ora Corigliano Rossano, in provincia di Cosenza), nell’alto Ionio cosentino, la storia si ripete e si fa più grande, anche grazie alle donne di questa azienda.

foto Rocco Rorandelli / Grazia Neri

La prima Pina Amarelli che a fine ‘800 si ritrova proprietaria dell’azienda dopo la morte prematura del fratello che come primogenito l’aveva ereditata. E la seconda Pina Amarelli Mengano, “manager per caso” come lei stessa si è definita più volte, chiamata a condurre l’impresa dopo la scomparsa, anch’essa prematura, del cognato Giorgio e qualche anno dopo di suo padre Giuseppe.

Laureata in Giurisprudenza, con una carriera accademica davanti, Pina Amarelli si appassiona alla storia dell’azienda e della famiglia.

“Mi divertivo a fare ricerche”, confessa l’imprenditrice che dal 2003 è cavaliere ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, per aver saputo coniugare impresa e cultura, venti anni fa è stata nominata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano cavaliere del lavoro, e nei primi anni 2000 ha ricevuto la Mela d’Oro (il premio intitolato a Marisa Bellisario) e il Premio Minerva per le donne del Sud che si sono particolarmente distinte.

“Forse l’unico merito che ho avuto in questi anni”, dice a Virtù Quotidiane, “è di aver dimostrato che anche in Calabria una donna poteva emergere”.

Ma i meriti in verità sono tanti e tutti denotano la lungimiranza di chi sa guardare oltre, perché “essere imprenditori significa avere uno sguardo più lungo. Guardare non quello che c’è oggi, ma capire quello che ci sarà domani”, afferma.

Per scrivere il domani suo e della Amarelli, Lady Liquirizia ha guardato al passato, all’altra Pina Amarelli. È il 1500 quando la famiglia dei Baroni Amarelli inizia ad estrarre il succo di liquirizia. Poi nel 1731 viene fondato l’attuale “concio”, manifattura di esclusiva proprietà familiare, alla cui attività fu dato particolare impulso nel 1800 e accresciuta via via negli anni.

“Alla fine dell’’800 Pina Amarelli, nubile con studi a Napoli, una donna indipendente, si ritrova alla guida dell’azienda”, ricorda la presidente. “Allora le liquirizie venivano messe in scatole di cartone. Lei nel 1919 si inventa delle scatoline di latta, elegantemente dipinte. Piccolissime. E sopra scrive il brand, il luogo di produzione, e la dicitura ‘garantita purissima’. È stata modernissima”.

Quelle scatoline reggono fino al fascismo, per essere poi accantonate, “perché era un prodotto troppo dispendioso”.

È lei, la seconda Pina Amarelli a riprenderle: “Avevamo un prodotto che si vendeva al chilo e che veniva messo in bustine. Ma il mondo era dinamico e quelle bustine non andavano bene per le borse delle signore. Quando si doveva tirare fuori una nuova linea, mi sono detta che era inutile a cercare cose nuove”.

La chiave per Lady Liquirizia sono le scatolette di metallo dei primi del’900. Per realizzarle si rivolgono ad un’azienda svizzera che fa sigari e per decorarle hanno attinto direttamente all’archivio di Amarelli, che raccoglie documenti d’impresa e di famiglia dal 1445 ad oggi e che nel 2012 è stato dichiarato d’interesse storico particolarmente importante dal Ministero dei Beni culturali.

Quelle scatoline oggi sono un’icona, e ripercorrono attraverso le immagini la storia dell’azienda, ma pure italiana. Le radici storiche per gli Amarelli sono la base di tutto, tanto che le hanno tutte raccolte nel Museo della liquirizia Giorgio Amarelli che ogni anno registra trai 40 e i 50 mila visitatori in media, “una pubblicità indiretta incredibile”, afferma Pina Amarelli.

Aperto a Rossano nel 2011 nell’antico concio, è stato consacrato dall’inserimento nell’Enciclopedia Treccani dell’azienda Amarelli come Icona del Made in Italy. L’edificio risale, almeno per quanto riguarda l’impianto originario, al 1400, mentre l’attuale facciata è riconducibile al 1600.

Oggi l’azienda è condotta da Fortunato Amarelli che è amministratore delegato. “Quando una famiglia vive un trauma importante con la morte improvvisa di qualcuno, come quella di mio cognato che a 47 anni è scomparso, si crea una rottura traumatica”, afferma Pina Amarelli. “Suo padre aveva 84 anni e mi chiese di entrare in azienda. Ci siamo detti che non doveva ripresentarsi una situazione simile e così abbiamo posto le basi subito per una successione graduale. Mio nipote Fortunato aveva fatto degli studi a Chicago in un ateneo statunitense di riferimento per i passaggi generazionali e le dinamiche aziendali. Era ed è la persona giusta”.

Fortunato Amarelli

La Amarelli, che si rifornisce di radici di liquirizia dalla zona di Metaponto (Basilicata) a Crotone ed esporta in 33 Paesi in tutto il mondo, negli anni ha ampliato la sua gamma.

“Il prodotto è quello”, chiarisce, “bisogna quindi inventarsi cose diverse”.

Ecco che ai tradizionali sassolini, si affiancano le liquirizie senza zucchero, quelle colorate, ma con coloranti naturali, ad esempio la carota per l’arancione e poi i panettoni alla liquirizia, la cioccolata, le mandorle salate, gli amaretti alla liquirizia, e persino il sale, utilizzato dai grandi chef. Primo in assoluto Gualtiero Marchesi.

foto Gabriele Tolisano


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