LA CASTAGNA ROSCETTA, PRODOTTO DELLA BIODIVERSITÀ E REGINA DELLA VALLE ROVETO

roscetta

CANISTRO – Edward Lear soggiornò, come molti altri artisti, nella Valle Roveto durante il suo Grand Tour, e nel libro Viaggio attraverso l’Abruzzo pittoresco emerge la sua meraviglia di fronte all’importante presenza del castagno nei boschi rovetani. Alexandre Dumas, nell’800, scrisse: “Dopo circa una lega ci si addentra nei magnifici boschi della Val Roveto, dove ho potuto osservare alberi secolari dal tronco così imponente che otto uomini, a malapena, riuscirebbero a circondarlo”. Il castagno ha dunque da sempre caratterizzato la Valle, in provincia dell’Aquila al confine tra Abruzzo e Lazio, e ha da sempre avuto un impatto notevole sull’economia della zona, sui rapporti sociali, sulle tradizioni, sull’alimentazione e sull’immaginario legato al mito e al simbolo.

La “roscetta” è la qualità autoctona di castagna di questa zona e “ha avuto, da ottobre di quest’anno, un riconoscimento importante come Prodotto della biodiversità”, racconta a Virtù Quotidiane Sergio Natalia, presidente dell’Associazione di Tutela Igp della Castagna Roscetta della Valle Roveto: “Prima di guidare l’associazione io sono un castanicoltore, raccolgo le castagne da quando avevo sette anni, con la mia famiglia, che viveva di quello, e mi sono portato dietro ogni tradizione e ogni lavoro legato ad essa. La roscetta è oggi un prodotto ormai riconosciuto e apprezzato anche oltre i confini regionali, è una grande soddisfazione, ed inoltre il Comune di Canistro, in partenariato con l’Associazione che presiedo, ha ottenuto un finanziamento con un progetto di valorizzazione della castagna attraverso la creazione di un museo, un unicum nel centro Italia, proprio a Canistro. Un bel risultato di cui andare fieri”.

Da Pescocanale fino a Castronovo, la valle, grazie al suolo particolarmente favorevole e alle condizioni climatiche perfette, si caratterizza infatti per la produzione di questo marrone, prodotto agroalimentare di grande qualità, che rientra tra i Prodotti agroalimentari tradizionali abruzzesi, di colore bruno rossastro, un rosso più vivo quando lo si coglie, ed è proprio da qui che viene il nome.

Le castagne vengono raccolte, ancora rigorosamente a mano, di solito durante i primi giorni di ottobre, ed è una festa per grandi e piccoli, tanto la raccolta nei tipici cesti tradizionali e nei sacchi di juta, sia poi nella fase della cernita, la “capata”, alla quale una volta partecipava davvero tutta la famiglia.

Natalia racconta di come le castagne vengono conservate ancora oggi secondo la tecnica tradizionale tramandata di generazione in generazione: “Vanno tenute in acqua per circa una settimana-dieci giorni, vengono poi messe ad asciugare al sole delle belle mattinate assolate di ottobre. E, nel passato, il 4 novembre i castagneti, che sono di proprietà privata, venivano aperti a tutti e quindi chiunque poteva recarsi a raccogliere le castagne e fare provviste. In Abruzzo il fare comunità è sempre stato un tratto distintivo e il tradizionale ‘ruspo’ lo dimostra. Sebbene si dovesse ‘ruspare’, cioè scavare il terreno, per trovare le castagne rimaste, era un’apertura alle famiglie più povere, era un po’ come la spigolatura del grano”.

Oggi queste tradizioni stanno fortunatamente riprendendo vigore e ritrovando la loro importanza fondamentale. E soprattutto si stanno legando a un fattore importante, quello del turismo, che in primo luogo è esperienziale.

“Mi è capitato”, racconta Natalia, “di portare nei castagneti turisti, giornalisti, ma anche semplicemente curiosi o appassionati da tutta Italia e anche dall’estero che volevano raccogliere le castagne e non comprarle semplicemente, e il bosco è stata la mia aula didattica. E poi il turismo è rinvigorito anche per via dell’esplosione delle sagre: perché siano davvero frequentate, e remunerative, bisogna però tornare a produrre in certe quantità, ed è una bella sfida per tutti”.

Le sagre dedicate alla roscetta sono ben cinque, “Lungo le Antiche Rue” a Civitella Roveto, “La festa dei Sapori d’Autunno” a Canistro Superiore, la “Sagra della Castagna” a Canistro, e poi le due sagre dalla castagna nel territorio di Morino, una a Grancia e l’altra a Rendinara.

Ogni borgo rovetano celebra a suo modo, ad ottobre, la regina della valle, che a novembre “cede il posto al re della valle, l’olivo”, ricorda Natalia: “Una regina longeva, visto che alcune iscrizioni romane attestano la presenza dei castagneti nella valle già nel periodo imperiale. Il castagno dall’Armenia raggiunse l’Anatolia, la Grecia e poi la Magna Grecia, e arrivò così anche ai romani, i quali però lo coltivarono per usare il suo legno. Il vero salto di importanza, e di conseguenza anche di qualità, avvenne nel Medioevo, grazie ai nuovi innesti impiantati dai monaci benedettini che incitavano anche le popolazioni rurali a piantare castagni. I castagneti poi raggiungono la loro massima estensione alla fine del 1800, per poi iniziare una fase di decadenza, dovuta alla concorrenza di altre piante alimentari o alla diffusione di alcune malattie. Il cinipede, per esempio, aveva attaccato anche la roscetta ma è stato arginato, grazie all’Università di Torino e al professor Alberto Alma. La roscetta è autoctona, forte, dal sapore inconfondibile ed ha retto bene perché è di nicchia, di qualità, tanto che qui in valle non la usiamo nemmeno per le farine, ma solo per mangiare e degustare”.

I boschi di castagno sono legati a tradizioni, leggende e storie magiche: ad esempio le pantasime, i noti fantasmi di donne frutto della fantasia popolare, pare li avessero sempre abitati insieme a fate, streghe e folletti, come i mazzamurelli. E trovano ambientazione più reale, sempre qui nei castagneti, anche le storie dei briganti i quali qui si nascondevano lungo quella che era l’antica frontiera tra il Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontifico. E poi ancora, la roscetta è considerata simbolo di provvidenza e abbondanza per il lungo inverno, ed è associata a proprietà terapeutiche e di cosmesi. Insomma oggi la castagna viene rivalutata a tutto tondo e assume nuove forme di valorizzazione, sempre più legate al passato eppure con lo sguardo al futuro, consolidando uno sviluppo anche del territorio di riferimento nel suo complesso.

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