L’AQUILA: CHIESA DEI GESUITI, DAL RESTUARO NUOVA LUCE E COLORI


L’AQUILA – Per molti un luogo appena conosciuto, per altri una chiesa degli anni dell’università. È la chiesa di Santa Margherita nota come chiesa dei Gesuiti. Non tutti ricorderanno l’interno di questo edificio storico, sorto nel XVII secolo e sito al fianco di Palazzo Camponeschi, oggi sede del Rettorato dell’Università degli studi di L’Aquila. La Chiesa, dalla splendida insolita facciata incompiuta, a navata unica, oggi è agli ultimi atti del suo ripristino post terremoto 2009.

Ad accompagnare Virtù Quotidiane al suo interno Gianfranco D’Alò, direttore dei lavori per la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le province di L’Aquila e Teramo, le restauratrici delle imprese coinvolte, Berta Giacomantonio direttore tecnico per il restauro per la Dipe Costruzioni e Susanna Segarelli per la Edil. Fa. Mar. Srl.

La chiesa, per quanti la ricordino per una assidua frequentazione, apparirà, alla sua riapertura, in parte sconosciuta. Come spesso abbiamo riscontrato nelle chiese aquilane che rinascono dopo i gravi fatti del 2009, anni di assenza di una vera cultura del recupero e della salvaguardia del patrimonio esistente e dei suoi segni storici, hanno modificato l’aspetto originario degli edifici. Coltri, più o meno spesse di cemento, cementino, e cementite hanno in passato coperto i pregi dell’arte aquilana. Questa, chiesa, sorta a metà del ‘600, non ha subito sorte differente.

I danni dopo il sisma del 2009 sono stati rilevanti e diffusi, ma nessun crollo ha coinvolto questa chiesa, che già resistette al terremoto del 1703, e nella quale, dopo il terremoto del 1915, si intervenne con catene d’acciaio tra le pareti. Per questo l’azione di rinforzo strutturale e recupero è stata incentrata nel conservare l’assetto statico dimostratosi efficace, con interventi di cura che non stravolgessero la capacità di resistenza mostrata dall’edificio. Il danno sulla parasta absidale è stato importante e l’intervento è consistito nell’integrazioni di mattoni nella parti che necessitavano. Nell’area absidale esistono due pareti, una prospetto di Palazzo Spavento e l’altra propriamente absidale e lì si è scelto di lasciare intatte le condizioni statiche rivelatisi efficaci per la resistenza dell’edificio.

L’importo complessivo dei lavori ammonta a 3 milioni e seicentosessanta mila euro.

Il lavoro più interessante della chiesa è quello operato dai restauratori che ci restituiscono delle cappelle di grande bellezza, dove si è voluto, per scelta culturale e storica, mostrare il segno del terremoto.

Sulla sinistra si aprono le cappelle affrescate dal pittore Gerolamo Cenatempo (lavori dello stesso pittore si hanno in città nella cappella di San Bernardino nella omonima basilica e nel soffitto della stessa) “Abbiamo scelto di operare per un restauro visibile” spiegano a Vq i restauratori della Dipe, “dove i frammenti dei crolli lo permettevano li abbiamo reinseriti, dove non possibile abbiamo effettuato stuccature a livello, in cui si può leggere la parte reintegrata”.

I restauratori hanno lavorato sugli affreschi, il cui stato conservativo era compromesso da copiose infiltrazioni umide che avevano causato la presenza di effluorescenze saline per cui si è reso necessario eseguire, oltre la pulitura, successive fasi di estrazioni di sali.  Con la pulitura e l’estrazione dei sali, oggi le cappelle sono piene di luce.


La cappella che ha subito i danni maggiori, anche dal punto di vista strutturale è la terza a sinistra, dedicata a Sant’Ignazio da Loyola, in cui sono ancora in corso lo studio dei frammenti collassati per la ricomposizione degli stessi. In questa cappella, nell’affresco in alto a destra, presente la data della realizzazione 1709, con la firma dell’autore Cenatempo.

Nella stessa una bellissima volta affrescata con quattro continenti insolitamente rappresentati da donne.

“A seguito di un’accurata fase di descialbo sono state riportati all’originalità gli stucchi bianchi delle lesene” (pilastro verticale che sporge dalla parete muraria con funzione decorativa, ndr) : un barocco pulito, con colori verdi e oro, di grande bellezza. “Sono state eseguite integrazioni cromatiche sia sulle parti decorate in verde che sulle porzioni dorate”, spiega Berta Giacomantonio illustrando le cappelle della parte sinistra della chiesa.

 

 

 

A tornare alla luce con i lavori è soprattutto la cantoria. Prima del 2009 totalmente bianca, ricoperta da ridipinture e strati di materiale fino alla cementite nel corso del ‘900.

“Sotto i tanti strati i colori originali si sono perfettamente conservati e sono stati riscoperti sia sugli stucchi che sui pannelli lignei”, spiegano i restauratori della Dipe. Sulla cantoria svetta l’organo, smontato in ogni parte, restaurato e rimontato.

Spostandosi a destra le cappelle regalano altra bellezza. Siamo nella terza cappella, dedicata a Sant’Equizio, uno dei quattro santi protettori della città dell’Aquila, e con parte dell’affresco centrale crollato durante il sisma.

La cappella mostra la preziosità della parte pittorica, di Lorenzo Berrettini , e del marmo dell’altare. E una vera scommessa di restauro della volta che risultava ricoperta di sali per la metà, e che oggi regala all’occhio la naturalità dei disegno e dei colori.

La cappella centrale a destra regala un altro dono: una Madonna di Santurnino Gatti. “Sapevamo fosse qui, ma eravamo convinti fosse stata trasferita, invece sotto uno strato di assi di legno, l’abbiamo ritrovata con grande stupore ed emozione” racconta Segarelli. Nella prima cappella a destra un pregevole lavoro di restauro con la ricollocazione di 58 pezzi originali.

Tanto lavoro di recupero anche nell’abside, che si era in parte aperta. “Abbiamo lavorato ogni frammento -spiega la restauratrice Segarelli- facendo una operazione  di consolidamento, doppia stuccatura con retina, e per ognuno abbiamo creato il relativo supporto, per un totale di 154 pezzi. Poi singolarmente sono stati imperniati sul supporto murario originale della parete absidale dopo aver effettuato lo spolvero con il lucido”.

Decori abside Santa Margherita

Di tanti decori il direttore dei lavori ci mostra un dettaglio storico,. La chiesa durante i lavori di costruzione viene colpita dal terremoto del 1703 senza subirne particolari danni, e in una delle colonne delle cappelle laterali destre c’è il racconto di ciò: “Hanno voluto raccontare la storia, mostrando i crolli della città. Così come tutto il nostro lavoro ha rispettato la capacità statiche dell’edificio e non ha nascosto nessun segno del passaggio storico del sisma 2009”.

E ci mostra una colonnina, stavolta interna ad una cappella a sinistra.

“Rimetterla perfettamente allineata – spiega D’Alò – avrebbe significato cambiare la solidità di questo edificio, disallinearlo. Su piccole parti, che non sorreggono altre parti, è possibile lasciare i segni, nelle parti grandi e strutturali si interviene a consolidare, così come necessario”.

Per l’estate 2022 la chiesta di Santa Margherita detta “dei Gesuiti” tornerà alla città.

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