Cronaca 30 Lug 2025 17:13

Vigne urbane: coltivare uva (e fare vino) in città è davvero sostenibile e conveniente?

Vigne urbane: coltivare uva (e fare vino) in città è davvero sostenibile e conveniente?
Vigne urbane a Torino

ROMA – In un’epoca in cui il confine tra urbano e rurale si fa sempre più sottile, le vigne urbane sono un simbolo di riconnessione con la terra, anche nel cuore della metropoli. Dai grattacieli milanesi ai parchi storici di Roma, passando per orti condivisi, terrazze e spazi post-industriali riconvertiti, la coltivazione dell’uva in città non è più una mera curiosità, ma una realtà concreta.

Si potrebbe vedere come un ritorno alla terra, ma in centro città. Il fenomeno delle vigne urbane si colloca nell’intersezione tra rigenerazione urbana, consapevolezza ambientale e valorizzazione culturale. Non si tratta solo di produrre vino, ma di integrare agricoltura e biodiversità nel tessuto cittadino, trasformando spazi incolti o sottoutilizzati in luoghi vivi e produttivi.

Questo è il lato della medaglia visto da chi trova quest’idea rivoluzionaria, ma c’è anche chi decide di valutare ogni singolo aspetto del fenomeno includendone possibili rischi e problematiche.

Le vigne urbane, pur nella loro poesia agricola, non sono del tutto esenti da ombre. Il contesto urbano, spesso inquinato e con microclimi estremi, può compromettere la qualità dell’uva, mentre lo spazio limitato e i suoli poveri riducono la produttività e aumentano i costi di gestione.

Se da un lato c’è entusiasmo, dall’altro molte iniziative rischiano di restare effimere, legate a bandi o volontariato, senza una visione sul lungo periodo. Alcuni progetti vengono accusati di “greenwashing”, più pensati per abbellire brochure immobiliari che per vera valenza produttivo-culturale.

Esistono alcuni progetti che hanno deciso di intraprendere questa nuova sperimentazione, per comprendere se, effettivamente, il tutto fosse applicabile al contesto e, magari, espandibile anche sul lungo periodo.

Il progetto “Roma Mater Vinorum” segna un passo concreto nel rilancio della viticoltura urbana nella capitale. Promosso da Roma Capitale in collaborazione con gli atenei agrari, punta a reintrodurre piccoli vigneti in aree strategiche, recuperando varietà autoctone e antiche cultivar.

L’obiettivo non è solo agricolo, ma punta a costruire percorsi enoturistici integrati, legati a luoghi storici, laboratori didattici ed eventi culturali, valorizzando Roma come incontro di memoria e innovazione. Già premiato da Iter Vitis nel 2024 come “buona pratica” internazionale, il progetto vuole trasformare la città in un museo della vite.

A Milano, il progetto di Cantina Urbana sul Naviglio Pavese ha dimostrato che è possibile non solo vinificare in città, ma anche attrarre il pubblico con eventi, degustazioni e laboratori. Si crea così un nuovo modello di cantina: non più rurale, ma esperienziale e immersa nel tessuto urbano.

Non è un caso isolato. In tutta Europa, il vino urbano è diventato un vero movimento culturale. A Parigi, la vigna di Montmartre è celebre, ma anche simbolica e turistica ormai da anni.

A Londra, il vino arriva da vigne comunitarie nei parchi pubblici grazie all’associazione Urban Vineyards che opera in tutto il mondo, Italia compresa, e che stabilisce dei parametri d’ingresso ben definiti per le realtà che volessero aderire al progetto. Dal numero di abitanti minimo, alla quantità di specie da preservare, sino alla visione del socio che entrerà a far parte dell’associazione e porterà avanti quest’idea innovativa.

Il vino prodotto in città non è (quasi mai) destinato a scalare classifiche o a essere esportato in massa. La sua forza è il significato, perché come piace dire, ogni bottiglia racconta una storia.

Le vigne urbane sono una tendenza green, ma sono anche un modo per coinvolgere le comunità. In molti casi, i vigneti cittadini sono gestiti da associazioni, cooperative, scuole, centri per migranti o laboratori terapeutici. La vigna diventa uno strumento di coesione sociale, educazione ambientale e rigenerazione urbana.

Dal punto di vista commerciale, il vino urbano è ancora una nicchia simbolica, ma con potenziale, soprattutto per l’attenzione mediatica che ultimamente sta suscitando. Alcuni ristoranti e hotel cittadini iniziano a offrire etichette prodotte in città come parte della loro proposta. Le degustazioni nei vigneti cittadini attirano turisti.

In un mondo in cui le città cercano nuovi modelli di sostenibilità e vivibilità, la presenza di una vigna diventa una dichiarazione di intenti: si può vivere l’urbanità senza tagliare le radici con la terra. Sono tutti i buoni propositi di cui si parla e in cui molti credono e investono. Lo dimostra il crescente numero di adesioni alla seconda edizione della Giornata Mondiale della Vigna Urbana in programma nell’ottobre 2025. Resta da vedere se tutta questa favola green di cui si parla sia effettivamente reale.

Per trarre un bilancio completo ci sarà da attendere qualche anno, ma come accade in democrazia, c’è chi si è già schierato contro. Ambientalisti e agronomi con i loro dubbi sulla qualità dell’uva coltivata in ambienti inquinati, tra smog e suoli contaminati. Urbanisti e cittadini si oppongono all’uso di spazi pubblici per finalità che, seppur suggestive, potrebbero togliere risorse ad altre urgenze urbane, come il verde fruibile o l’edilizia popolare.

Ognuno guarda ai propri interessi. Cultura, tradizione e ottimizzazione, contro carenza di qualità agricola, utilizzo scorretto del suolo e costi eccessivi. Ma la domanda sorge spontanea: quanto è concreta, alla fine dei conti, questa rivoluzione sostenibile delle vigne urbane?

foto Urban Vineyards Association


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