Cantine e vini 11 Ott 2024 19:35

Ecco perché il Soave è preparato ad affrontare le sfide (climatiche ma non solo) più di altri vitigni

Ecco perché il Soave è preparato ad affrontare le sfide (climatiche ma non solo) più di altri vitigni

VERONA – Il nome “Soave”, che la storia dice essere stato assegnato grazie alla bontà del vino e alla particolare ospitalità del luogo, dal poeta Dante Alighieri, amico di Cangrande della Scala, signore di Verona. Origine ammaliante ma incerta. Antichissime anche le testimonianze sulla qualità di questo vino bianco secco che risale ai tempi di Cassiodoro, il quale lo definì “vino che riluce come lattea bevanda, di chiara purità […], di gioviale candidezza e di soavità incredibile”.

Una denominazione, di cui il Soave Superiore Docg rappresenta la massima espressione di qualità e espressione di terroir, e i cui vini sono prodotti con almeno il 70% di Garganega e il 30% di Trebbiano di Soave.

Al Circolo Ufficiali di Verona, “Appuntamento Soave”, alla presenza di oltre 40 produttori, e su una delle terrazze più belle della città, ha dato la possibilità di degustare e percepire le differenti versioni di uno dei vini bianchi più rappresentativi d’Italia.

Un evento creato anche, e soprattutto, per discutere e comprendere a che punto della sua vita si collochi il Soave, e quali obiettivi si stia dando per il futuro.

Durante gli incontri organizzati durante la giornata, è emerso come questa denominazione possa trasformarsi in un sicuro protagonista del mondo vinicolo a breve termine, e a tutte le opportunità che possa cogliere per aumentare il suo appeal e la sua conoscenza tra gli appassionati in Italia e nel resto del mondo.

Uno dei vantaggi di cui potrebbe beneficiare, paradossalmente, è dato dal cambio climatico in atto, come affermato da Andrea Lonardi, Master of Wine: “Una varietà rustica come la Garganega, ma anche il Trebbiano di Soave, con un moderato potenziale alcolico ed una forma di allevamento contemporanea come la pergola, rendono questa denominazione molto più adatta di altre ad affrontare i limiti che la natura sta imponendo a molte aree del nostro paese e non solo”, ha fatto osservare.

A Lonardi si accoda Maurizio Ugliano, docente di enologia all’Università di Verona, che sottolinea come la stessa perfetta combinazione di terroir e vitigno sarà in grado di dare una chiara risposta ai nuovi trend del mercato.

A tutto questo si aggiunga che la zona del Soave si accompagna da sempre al suo territorio, quasi da definirlo un “vino paesaggio”, che ormai da secoli è diventato fonte di sostentamento per migliaia di famiglie. Piccole e medie aziende che hanno mantenuto i metodi produttivi tradizionali, e hanno trovato il loro vantaggio competitivo nella cooperazione e l’innovazione.

Ma questo vino è anche cultura, come ribadito da monsignor Bruno Fasani, prefetto della Biblioteca Capitolare di Verona, ed è diventato simbolo di una sorta di fratellanza tra le abitudini e attrattive locali e quello che trasmettono i turisti in visita.

Questa visione dovrà essere sempre di più il focus futuro. Questo è quello che è emerso durante il talk “Identità Soave, tra paesaggio, freschezza e longevità”, moderato da Luciano Ferraro, vicedirettore del Corriere della Sera, e che insieme a Lonardi, Ugliano e Fasani ha visto la partecipazione di Lorenzo Pasquini, directeur d’Exploitation-Estate manager at Château d’Yquem, Clelia Maria Puzzo, senior programme specialist della Fao.

Prima di questo interessante dibattito, “Soave Seven, dalla freschezza alla longevità”, una masterclass dedicata ai soli operatori di settore, e condotta in maniera precisa e impeccabile da Filippo Bartolotta, sommelier e wine educator, ha regalato un viaggio ideale per raccontare le diverse tipologie di Soave, nelle sue differenze di territorio, e nelle sue evoluzioni delle varie annate, dando un segno tangibile di come questo vino sia dotato di un’ottima predisposizione all’invecchiamento.

A curare l’organizzazione dell’evento veronese il Consorzio di Tutela del Soave, in collaborazione con la Strada del Vino Soave.

Il Consorzio tutela la denominazione del Soave, nei suoi 13 comuni dell’est veronese appartenenti alla doc, con quasi 7mila ettari vitati, e con produzione in media annuale di 40 milioni di bottiglie. Attualmente i suoi mercati di riferimento sono principalmente Germania, Gran Bretagna e Nord Europa in genere, seguiti da Giappone, Stati Uniti e Canada, e con un sempre più crescente interesse da parte del mercato italiano.

La Strada del vino Soave, nata nel 1999, conta oggi circa 130 soci tra cantine, enti, associazioni e aziende varie. Dalla sua creazione il suo obiettivo è sempre stato dedicato a coordinare i numerosi soci, in un ideale percorso di circa 50 km, e dare la possibilità di visitare cantine, degustare vino, assaggiare piatti tipici e venire a contatto con i turisti.

Al termine della manifestazione, Cristian Ridolfi, presidente del Consorzio del Soave, si è detto estremamente felice del risultato: “Siamo molto soddisfatti per l’esito di questa iniziativa, che riporta il Soave nel cuore storico di Verona. Oltre al buon esito di questo evento va registrato in aggiunta un altro elemento dalla forte valenza strategica: siamo di fronte ad una vera e propria iniezione di fiducia da parte della base sociale che ha visto ben 42 aziende presenti. È stata anche un’occasione di riflessione e di crescita per le aziende, poter ascoltare testimonianze di altissimo valore. Il mondo del vino è un mosaico di sfumature, un caleidoscopio di aromi e sapori che riflettono il terroir, il clima e la mano dell’uomo. In questo affascinante universo è stato interessante immaginare una comparazione del Soave con una realtà come Château d’Yquem”.

A cornice dell’evento, c’è da segnalare la visita organizzata per i giornalisti alla meravigliosa Biblioteca Capitolare di Verona. Vera e propria attrattiva cittadina, è considerata la più antica biblioteca al mondo ancora in attività, essendo stata fondata nel lontanissimo 1 agosto 517, grazie al ritrovamento di documenti datati e firmati. All’interno vengono custoditi oltre 1200 manoscritti, sopravvissuti anche a diverse catastrofi, come l’inondazione dell’Adige del 1882, e i bombardamenti della II Guerra Mondiale. Una visita d’obbligo per chi è nella città scaligera.

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