Cantine e vini 13 Gen 2024 18:32

Il Veneto del Malanotte del Piave, storie di borghi antichi, Bellussera e vini eterni

Il Veneto del Malanotte del Piave, storie di borghi antichi, Bellussera e vini eterni

TREVISO – Lo chiamano il Veneto che non ti aspetti ed effettivamente non ci si aspetta calma e silenzio. Siamo nella zona del Malanotte, quella dove il Piave è lì che scorre e tutto intorno il tempo sembra andare a rilento. Siamo in terra di vino certo, e dopo i soliti nomi spunta fuori la curiosa e piccola Docg del Malanotte del Piave. Protagonista di questa storia è il Raboso “rabioso”, un vitigno sinonimo di storia, forza ed eleganza senza tempo al calice. Tra Bellussera e borghi di un tempo, oggi questo vino si racconta vivendo luoghi e storie dei contadini fatte di ingegno e pragmatismo.

Siamo in un territorio dove l’agricoltura ha sempre avuto un ruolo rilevante, così come la vigna. Il viticultore che ha sempre un asso nella manica, ha puntato a fare di necessità virtù che qui si traduce con la Bellussera, un sistema di allevamento inedito che, sin dalla fine del Settecento, si è rivelato fonte di sostentamento della civiltà rurale.

Oggi quasi del tutto in disuso, con pochi esemplari centenari a disposizione da visitare, si può comprendere come la fortuna di una terra povera possa anche cambiare. A studiare un sistema fatto di tralci e fil di ferro usato ad arte, sono stati i fratelli Bellussi di Tezze di Piave, frazione di Vazzola (Treviso), verso la fine del Settecento.

Bastava un albero di gelso e la vite da maritarci per creare subito un sistema a raggiera ben ombreggiato ed esteticamente suggestivo. La vite va ad elevarsi di più rispetto a livello del terreno lasciando la possibilità di continuare a fare bachicoltura, pratica molto utilizzata nella zona, e a livello del terreno favorire la coltivazione di ortaggi e seminativi.

La struttura è imponente tanto da guadagnarsi il titolo di “cattedrale” soprattutto se si pensa che con una pianta di gelso, un tralcio d’uva riesca a raggiungere fino a 5 metri di altezza, ovviamente aiutati dall’intreccio col fil di ferro. Ne viene fuori un sistema in grado di proteggere il grappolo dai raggi solari.

Il Raboso è il signore della Bellussera per tradizione e successo passato. Un’uva difficile che germoglia prima e matura tardi, in poche parole “si vendemmia con la prima neve” in tradizione, presente già da fine ottobre ma, attualmente, la vendemmia diventa più che tardiva protraendosi fino a inizio novembre.

Sopravvissuta per almeno due secoli, la Bellussera è stata gradatamente abbandonata perché non proprio pratica poiché richiedeva l’intervento umano per la sua gestione e data la sua elevata produttività, con l’avvento della tecnologia, diventava antieconomica. Questi vigneti sono stati abbandonati fino a ripiegarsi letteralmente su loro stessi. Infatti non è raro vedere qualche esemplare non più produttivo e pronto a cadere.

La Bellussera, vigneto che definiremmo oggi multitasking, favorisce l’ombra, quindi evita la scottatura dei grappoli grazie al fogliame, assicurando ventilazione e protezione dell’uva. Il prodotto è quantitativamente elevato, infatti si parla di una produzione di almeno 500 quintali su soli 4 ettari, ma la qualità, a volte, viene penalizzata e ciò, inevitabilmente, ha portato a delle riflessioni.

Nonostante tutto, durante i secoli scorsi, la bellussera ha varcato i confini nazionali. Infatti non è raro trovare degli esemplari nelle terre di conquista e dove l’immigrazione ha esportato un modo di fare oramai certificato. Se ne trovano addirittura in Brasile realizzate da migranti veneti. Invece per chi è alla ricerca della bellussera in Italia basta recarsi presso il campo della famiglia Roveda a Tezze di Piave. Qui ce ne sono alcune ancora a pieno regime e altre invece, sul viale del tramonto.

Abbiamo parlato di Raboso, il vitigno che regna per potenza in terra di Pinot Grigio, Merlot e Verduzzo. Una chicca del territorio tornata alla ribalta i primi anni del 2000 quando il mercato cercava vini che a tavola sapessero imporsi e per caratteristiche, la partita giocata in casa risultava vincente. Spigoloso, indomabile se non col tempo, del Raboso se ne sono dette tante, ma come sempre è il sapere enologico a mettere un punto sulla faccenda. Protagonista di una rinascita sono pochi produttori che hanno dato vita alla piccola Malanotte Docg nel 2011.

Trentaa produttori e una media di 2.500 bottiglie annue per cantina per un totale di 60.000 annue, lasciano intendere che si tratti di una micro produzione in un vasto mercato, ed effettivamente è così. Il disciplinare è rigoroso fa girare tutto intorno all’appassimento tradizionalmente fatto sui graticci e a un affinamento in cantina e bottiglia per un totale di almeno 3 anni prima di arrivare in commercio. Una tecnica già in auge durante gli anni Trenta del Novecento e abbandonata col tempo per i veloci ritmi del commercio.

A testimoniarlo i documenti recuperati dalla cantina sociale di Tezze di Piave hanno restituito una parte di storia enologica che oggi si distingue per finezza e piacevolezza. Un vino grintoso che si ingentilisce con lentezza e mette alla prova i produttori con esperimenti di affinamento anche lunghi, il tutto a dimostrare di saper domare l’irruenza del Raboso. Ne è un esempio Unno, Malanotte del Piave Docg 2011 di Antonio Facchin che viene messo in commercio dopo ben 11 anni di affinamento.

Perché proprio Malanotte del Piave come nome per una Docg? Perché tutto nasce a Borgo Malanotte a Tezze di Piave. Un comprensorio medievale nella campagna trevigiana, dove la pianura domina e per arrivare in laguna veneziana, sotto il livello del mare. La vite qui c’è sempre stata e il vino si è sempre fatto, anche grazie ai nobili veneziani che “giocavano” a produrre qualità, con gli standard dell’epoca, certo.

Nel 1971 il Malanotte si identificava con il Raboso del Piave a tutti gli effetti, con una percentuale di appassimento che, dagli anni Ottanta in poi, è piaciuto anche ai consumatori meno edotti all’argomento vino. Un vino opulento, longevo e robusto che nasce ora, da Raboso Piave e Piave Veronese, con appassimento al massimo del 30%. Si tratta di un vino complesso, certamente da invecchiamento, tanto da essere ribattezzato come il vino della pazienza, visti gli affinamenti creativi e prolungati nel tempo. L’obiettivo dei produttori è gestire la spigolosità che il Raboso sa dare, ma cercando di preservare tutta la fragranza dei profumi e la freschezza caratterizzante di questo vino che affascina i consumatori alla ricerca di un calice “importante” e a tutti gli effetti made in Italy.


Sostieni Virtù Quotidiane

Puoi sostenere l'informazione indipendente del nostro giornale donando un contributo libero.
Cliccando su "Donazione" sosterrai gli articoli, gli approfondimenti e le inchieste dei giornalisti e delle giornaliste di Virtù Quotidiane, aiutandoci a raccontare tutti i giorni il territorio e le persone che lo abitano.