Cantine e vini 10 Gen 2024 18:33

In Sicilia si studiano i vitigni reliquia per scrivere una nuova pagina del vino regionale

PALERMO – Lucignola, Vitrarolo, Nocera, Orisi e altri nomi sconosciuti ai più. Sono queste le varietà reliquia siciliane scritte nel futuro vitivinicolo non tanto lontano. Complice di tutto questo è il progetto Bi.Vi.Si. dedicato alla riscoperta della biodiversità dell’isola.

Grazie a una vincente sinergia di soggetti e intenti, si va a dimostrare quanto il patrimonio “da bere” della regione sia ricco e vario – al netto del ripetersi di Nero d’Avola e Grillo – e quanto questo non sia stato ancora del tutto sfruttato al meglio.

Se la storia e il mercato è sicuramente importante, ripartire da chi siamo è doveroso. Per questo un gruppo di studiosi e aziende isolane hanno scelto di esaltare la terra siciliana partendo dallo studio della terra, dai campi sperimentali, per arrivare alle innovazioni tecnologiche e sostenibili ovvio, da portare in vigneto.

Il tutto è orientato a dare delle risposte concrete sull’argomento “viticoltura isolana del futuro” che si preannuncia roseo. Ciò lo si fa nel tempo in cui estremità climatiche ed eventi violenti non previsti impongono competenze certe e velocità di azione.

Biodiversità Viticola Siciliana sì, ma anche un’opportunità che la Sicilia non può perdersi ancora una volta. Si, perché questo è un “riprendere il discorso” iniziato già durante la prima decade del Duemila. Ora, al culmine di una fase di consapevolezza differente e frutto dei tempi che corrono, il Consorzio di Tutela dei Vini Doc Sicilia non rimanda più l’occasione e con la collaborazione del Dipartimento Scienze Agrarie, Alimentari, Forestali dell’Università di Palermo e il Dipartimento Scienze Agrarie, Alimentari dell’Università di Milano, si sceglie di dimostrare quanto sia necessario parlare di autoctono, soprattutto in una terra in cui si registrano almeno 70 varietà reliquie pronte per performare ora.

A fare da supporto cinque imprese del vino, il vivaio Giacomo Mannone, Donnafugata, Santa Tresa, Planeta, Tasca Regaleali. Un parterre di altissimo profilo che si mette a servizio della causa viticultura con competenza e abnegazione, come tradizione siciliana vuole.

Ma cosa sono le varietà reliquie potremmo spiegarlo in due parole, semplicemente vitigni dimenticati e quasi estinti, però non del tutto. Sono parte importante della viticoltura che fu e che oggi, il mercato richiede sempre di più. Con il progetto Bi.Vi.Si. ora in studio ci sono alcune varietà di cui non avevamo mai sentito parlare, ma anche biotipi del celebre Nero D’avola, ad esempio. A questo si aggiungono 2 biotipi di Frappato, 2 di Perricone, 1 di Nocera, 2 di Grillo e Catarratto. Poi le reliquie come Vitrarolo, Lucignola.

Secondo Antonio Rallo, presidente del Consorzio Doc Sicilia, è necessario assicurare materiale genetico di qualità e soprattutto sano, proprio perché le coltivazioni aumentavano prima e anche adesso. “Già nel 2009 sul Nero d’Avola abbiamo fatto un focus raccogliendo materiale da tutta l’isola e conservando nei campi sperimentali cloni registrati, biotipi e cloni potenziali che oggi stiamo continuando a studiare e caratterizzare. Stessa cosa è stata fatta con le varietà reliquie”.

Il risultato sono nuovi possibili vini che incuriosiscono non poco il consumatore. Esperimenti che per il momento sembrano ben riusciti, permettendo di far conoscere il Frappato in tutta la sua versatilità, oppure il Nocera che ben si presta per vini d’appeal, proprio come il blend rosato realizzato da Donnafugata per Dolce e Gabbana.

Vitrarolo e Lucignola e Catanese nera, invece, arricchiscono la gamma di vini da collezione di Planeta che dal campo sperimentale di Capo Milazzo avvia una vinificazione semplice che lascia all’assaggiatore le interpretazione di un territorio storicamente vivo e in continua evoluzione. Tasca Regaleali invece, ha realizzato nuovi impianti con il Vitrarolo che presto diventerà una nuova etichetta. Non fa eccezione l’Orisi di Santa Tresa, ormai varietà registrata da tempo, che da Vittoria ha puntato tutto sulle proprie origini.

“Per noi il Bivisi è una seconda tappa verso un concetto di viticoltura integrata e per niente dannosa. Lavoriamo già preservando un ambiente sano quindi, anche la biodiversità – dice Silvio Balloni, agronomo di Santa Tresa – . Il campo sperimentale di 5000 metri dedicato alla biodiversità siciliana è il nostro orgoglio. L’Orisi, la varietà reliquia a cui la cantina tiene molto, è frutto della prima fase del progetto. Abbiamo scoperto che si adatta meglio al terreno e anche ai cambiamenti climatici con cui facciamo i conti ormai, ogni anno. In fase di vinificazione dimostra una struttura fine ed elegante ed è per questo che abbiamo scelto di trattarlo quasi come se fosse un barolo old style. Dal 2020 va in bottiglia come rosso Igt e se ne producono 2.000 bottiglie”.

Un prezioso biglietto da visita aziendale per fare qualità, innovazione, senza dimenticare da dove si viene. E poi, va detto, tutto diventa una nuova opportunità per esportare il brand Sicilia che piace proprio a tutto il mondo. A dimostrarlo infatti, sono i dati export. Il vino siciliano conquista Germania, Usa, Svizzera, Regno Unito e Belgio con un 20% in media in più solo nell’ultimo anno. Il perché è presto detto. È un vino beverino, il terroir è affascinante e l’opera di repulisti verso una filosofia di sostenibilità e rispetto dell’ambiente, oggi tira molto, soprattutto a tavola.

Anche fuori dal Bi.Vi.Si. c’è vita, e che vita. Infatti sono diverse le aziende che stanno cogliendo l’opportunità di lanciare nuove etichette che parlino di Sicilia e l’Etna, sull’argomento, è protagonista indiscusso. Ne è un esempio l’azienda agricola Serafica con la sua nuova etichetta Versante Sud Etna Bianco 2021, solo 1483 bottiglie create con Carricante e varietà reliquia Minnella, Insolia, Catarratto, Corinto greco, Coda di Volpe e Bianchetta. Oppure il caso già raccontato dell’etichetta di Firriato chiamata Signum Aetnae da Nerello Mascalese pre-fillossera e altre varietà reliquie presenti sul territorio vulcanico. Alcuni degli esempi virtuosi che collocano la Sicilia bio, rispettosa delle proprie radici, verso un mercato più consapevole e anche prezioso.

Un’opportunità da non perdere queste varietà., questo è l’augurio che si fanno i partner del progetto. Rosario Di Lorenzo, coordinatore scientifico del progetto dall’Università di Palermo, descrive questi vini “to be” come un’opportunità da non perdere.

“Le varietà abbandonate un tempo, oggi diventano una risorsa soprattutto in tempi di crisi climatica che porta a fare riflessioni sulla biodiversità acquisendo maggiore consapevolezza”.

Sull’argomento reliquie e tipicità aggiunge: “La tipicità è un valore non solo dal punto di vista storico, ma anche concreto e operativo. È utile, per la viticoltura siciliana, disporre di queste informazioni raccolte per poterle poi utilizzare in futuro dimostrando che, alcune varietà, possono adattarsi anche in contesti climatici non sempre favorevoli”.

L’unico limite da superare però, al momento, sembra essere il tempo mai sufficiente. Il progetto Bi.Vi.Si. terminerà nel 2025 e, sebbene si stia procedendo con microvinificazioni delle nuove varietà in fase di studio e provenienti dai campi sperimentali, il limite è la vendemmia che, per fortuna, è ancora annuale. Ci si auspica che il patrimonio di strumentazioni e di persone messo in campo, possa continuare a svolgere la sua funzione di ricerca, fornendo servizi ai produttori coinvolti anche dopo il termine previsto per il 2025.

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