UNA CITTÀ “AL FEMMINILE” A MISURA DI TUTTI: LA SFIDA POST COVID PER LE NOSTRE CITTÀ


L’AQUILA – Italo Calvino scriveva che “le città non sono solo scambi di merci: sono scambi di gesti, parole, emozioni, memorie, tempo, saperi”. Ed oggi come si sono trasformate e come si traformeranno le città post covid?

Noi donne siamo grandi “consumatrici di città”, soprattutto della città pubblica, ossia quella parte di città che Jane Jacobs, una famosa urbanista e antropologa americana, descriveva fatta “da strade e marciapiedi, i più importanti luoghi pubblici di una città e i suoi organi più vitali”. Quando pensiamo ad una città pensiamo alle strade, alle piazze, i parchi, i luoghi simbolici e identitari. Una città è fatta di contenitori (edifici e spazi pubblici) e, soprattutto, di contenuti (identità, reti di relazione urbane e sociali, economia). Ma quanto le nostre città sono “vivibili ed accessibili”? Quanto gli spazi pubblici sono sicuri, flessibili, aperti, capaci di accogliere chi li frequenta ed abita?

Nel 2019 a Matera gli Stati Generali delle Donne avevano presentato il manifesto “La Città delle Donne” (https://www.statigeneralidelledonne.com/pdf/Piano_Nazionale_per_Occupazione_Femminile_04082020.pdf). Un documento snello per una “progettualità per ridisegnare le città con lo sguardo delle donne”. Tra i punti che più hanno attirato la mia attenzione, e che riporto così come scritte sul manifesto, troviamo:

  • ripensare il lavoro in un’ottica più “intelligente” e mettere in discussione i tradizionali vincoli legati a luogo e orario di lavoro, lasciando alle donne maggiore autonomia nel definire le modalità di lavoro a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati (ndr potremmo chiamarlo smart working?);
  • immaginare un nuovo modello di sviluppo sostenibile centrato sui principi e i valori della sostenibilità e della solidarietà;
  • educare al rispetto, all’accettazione dell’altro/a, all’affettività a partire dalla scuola materna per innescare la propensione al cambiamento, cancellare pregiudizi e stereotipi di genere e culturali;
  • ricostruire le Città e i Paesi perché siano più vivibili, sostenibili, accessibili, sicuri, flessibili, aperti, solidali, capaci di accogliere e prendere anche le forme, le misure, i linguaggi, i colori delle donne, mettendo al centro il rispetto, partendo dalle esperienze ed azioni positive già fatte, che ispirino sperimentazioni nuove pratiche partendo dalla conoscenza reciproca, per “vivere meglio insieme”, per “connettersi” in luoghi anch’essi più consapevoli;
  • costruire politiche efficaci in grado di rendere ogni Città “femminile, plurale e dotata di un piano strategico per le pari opportunità”;
  • “Rigenerazione urbana & sicurezza” e i seguenti obiettivi specifici: a) “Favorire l’accessibilità delle donne ai luoghi della città”; b) “Migliorare le condizioni di vivibilità degli spazi urbani degradati; c) “Garantire livelli di sicurezza a misura di donna”.

A questi aspetti si aggiunge l’enorme lavoro fatto dalla Community dell’istituto Nazionale di Urbanistica “Città Accessibili a tutti” (http://atlantecittaccessibili.inu.it/) che dal 2016 ad oggi ha raccolto “200 esperienze eterogenee, sviluppate in Italia e riferite al superamento delle barriere architettoniche, sensoriali, percettive, intellettive, culturali, sociali, economiche, sanitarie, di genere. Esperienze che mostrano una visione documentata di cosa stanno facendo molti e diversi attori – istituzioni, amministrazioni, associazioni, imprese, categorie, università – all’interno della cosiddetta accessibilità a 360°.

Di materiale e spunti ce n’è tanto, si tratta quindi, e lo dico da urbanista, di lavorare a progetti multiscalari e multidisciplinari frutto di lavoro di più saperi: tecnici, sociologi, economisti, cittadini, che insieme possano pensare, progettare e riprogettare città a misura di tutti. La progettazione però deve avvenire attraverso strumenti urbanistici utili, partecipati e monitorabili, anche grazie all’uso delle moderne tecnologie. Una città non si progetta senza una visione guida, senza un modello di sviluppo della stessa evitando di avere una mera sommatoria di interventi puntuali prive di identità e senso. “Una città – come ci ricorda il giornalismo americano Herb Caen – non si misura dalla sua lunghezza e larghezza, ma dall’ampiezza della sua visione e dall’altezza dei suoi sogni”. Luana Di Lodovico

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