DAL CANADA IN ABRUZZO A RITROSO TRA LE STRADE DELL’INFANZIA, LA STORIA DEI FRATELLI ENZO, ILARIO E FRANCESCO


PRATA D’ANSIDONIA – Quella dell’emigrazione italiana nei difficili anni della ricostruzione nel secondo dopoguerra è una storia comune a centinaia di migliaia di cittadini italiani che lasciavano lo “stivale” per cercare fortuna o per fuggire dalla povertà che caratterizzava molte zone della penisola italiana nonostante il boom economico che purtroppo non vide tutti protagonisti allo stesso modo.

È anche la storia di Enzo, Ilario e Francesco Galano, tre fratelli che, come tanti altri negli anni ‘50, si imbarcarono su un’enorme nave con destinazione finale l’America, lasciandosi alle spalle un paese a pochi chilometri da L’Aquila, Prata D’Ansidonia, dalle 2.000 anime (oggi ne conta 482), la loro casa, le loro certezze, il resto della loro famiglia.

“La nostra casa aveva due piani”, racconta Enzo a Virtù Quotidiane, oggi sessantenne, che partì con sua madre e suo fratello Ilario nel 1956 per raggiungere suo padre in Canada, emigrato nel ’51 e il primo dei tre figli, Francesco che, classe 1937, a 17 anni era partito da solo per trovare la sua fortuna sempre in America. “Al piano di sotto vivevano le nostre vacche e ricordo che i miei genitori ci davano da bere giornalmente il loro latte mentre i loro corpi ci scaldavano durante gli inverni”.

Da Napoli a Genova, poi in Francia e Gibilterra per aprirsi all’oceano Atlantico, la nave americana SS Consistution doveva sembrare gigantesca agli occhi di due bambini che avevano sei e otto anni.

“Arrivammo a New York, nel nuovo mondo, dopo undici giorni di viaggio e da lì prendemmo un treno che ci portò a Hamilton”, ricorda, “nello stato canadese dell’Ontario dove ci aspettavano mio fratello Francesco e mio padre. Lui lavorava come operaio per la Ford e questo ci ha permesso di studiare e di iniziare a lavorare e di vivere in Canada serenamente”.

“Non posso dire di aver capito subito di trovarmi in un paese nuovo dove sarei restato per sempre e dove pianificare le nostre vite – dice – . Sicuramente ci accorgemmo subito delle differenze. Hamilton all’epoca faceva 200.000 abitanti, c’erano automobili ovunque, ristoranti, cinema, bar, treni e autobus e si stava bene. Ma come molti canadesi che conoscevano le origini delle loro famiglie, anche io sentivo la necessità di ritrovare le mie e infatti avevo sempre desiderato tornare in Italia perché solo lì avrei potuto ritrovare le mie radici abruzzesi, rivedere i luoghi della mia infanzia, dare un senso a tutto quello che avevamo costruito lontano da lì”.

Ed è così che nel 1978, a 28 anni, Enzo parte con due suoi amici, John e Loredano, un abruzzese, un molisano e un toscano, tutti alla scoperta delle loro origini e non solo.

“Un’accoglienza degna di essere raccontata”, spiega Enzo emozionato, “i miei cugini italiani, che mi vedevano per la prima volta in vita loro, mi accolsero a braccia aperte e mi portarono addirittura con loro a Napoli, al matrimonio di un’altra cugina. Fu una sorpresa incantevole assistere a quelle nozze napoletane. Mi accorsi in quel momento che L’Aquila”, continua Enzo, “era stata il punto di partenza di una grande famiglia, i cui membri si erano sparpagliati in tutta Italia, da Cremona a Napoli, con un nucleo forte rimasto nel capoluogo abruzzese da cui era partito tutto. E L’Aquila ci aveva riuniti tutti”.

“In Abruzzo, l’asprezza delle montagne si scontò con il calore dell’accoglienza della famiglia che avevamo lasciato tanti anni prima. Eravamo sconosciuti, eppure ci legava un filo invisibile”.

Dal Gran Sasso a Campo Imperatore, Enzo ricorda di aver visto l’hotel in cui fu arrestato Benito Mussolini e poi la sua Prata D’Ansidonia. La strada per arrivare al paese, la chiesa di San Nicola con il suo bellissimo pulpito, i bambini che giocavano nei vicoli come anche lui e i suoi fratelli avevano fatto decenni prima e infine, la sua vecchia casa. “Nel frattempo era stata venuta”, spiega Enzo, “e purtroppo non potemmo entrare”.

Enzo non tornerà in Italia fino al 2006 quando con sua moglie Rosa, siciliana, decidono di far conoscere al loro figlio, Christopher Galano, le sue radici, le connessioni profonde con la sua terra d’origine.

Ed è così che riparte un viaggio lungo tutta la penisola italiana, sbarcati a Fiumicino il giorno prima della fatidica finale della coppa mondiale di calcio in cui l’Italia avrebbe trionfato a Berlino contro la nazionale francese.

“Che atmosfera si respirava”, racconta Enzo, “tutti erano emozionati e tesi per quella partita! Anche in questo caso Roma, L’Aquila e Prata sono state le tappe del nostro viaggio. Volevo che Chris ripercorresse quelle vie sulle quali io avevo camminato e giocato da piccolo”.

L’ultimo viaggio in Abruzzo Enzo lo ha fatto nel 2014, cinque anni dopo il sisma. Questa volta, oltre Christopher, Enzo accompagnava suo fratello Ilario che vive a Vancouver, sulla costa ovest del Canada a chilometri di distanza dal loro primo approdo tanti anni prima a Hamilton. Francesco, il primogenito, ha invece improntato la sua vita a Burlington, una città tra Toronto e Hamilton. Anche lui è tornato in Italia due volte volte nel corso dei decenni insieme ai suoi figli e a sua moglie.

Per Ilario, quella con suo fratello Enzo, fu la prima volta in Italia dacché, nel lontano 1956, aveva lasciato la sua casa. “Ilario ha scattato centinaia di foto”, continua Enzo “e ha ricostruito, grazie ai nostri cugini abruzzesi, un lungo albero genealogico, il regalo più grande che ha portato indietro dall’Italia, i cui rami arrivano fino al 1700”.

Una volta arrivati a Prata D’Ansidonia i tre riuscirono anche a rintracciare il proprietario della loro vecchia casa che li fece entrare. “Purtroppo il sisma aveva danneggiato molto la struttura e la casa non era stata ancora ristrutturata. Eppure qualcosa, nonostante tutti gli anni trascorsi, appariva così famigliare, così cara a me Ilario che era visibilmente emozionato da tutto quello”.

“Il panorama era di certo cambiato”, conclude Enzo, “e i segni del sisma erano tanti: il centro ancora distrutto, i negozi riposizionati nei centri commerciali in periferia, i nostri cugini che vivevano ancora in una casa di legno ma si percepiva una grande voglia di tornare alla normalità. E poi c’era lui, il Gran Sasso, sempre lì a custodire luoghi e storie del nostro bellissimo Abruzzo”. Luisa Di Fabio

LE FOTO

 

 

L’intervista è stata realizzata prima dell’emergenza Coronavirus e delle restrizioni imposte dal governo italiano

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