DIETRO UN NASO ROSSO: L’ASSOCIAZIONE BRUCALIFFO E IL SOGNO DI FAR SORRIDERE I BIMBI IN OSPEDALE


L’AQUILA – L’ospedale San Salvatore dell’Aquila è attraversato da migliaia di persone ogni giorno ma negli anni il rapporto interiore che ognuno di noi elabora con questo luogo è diverso, a secondo delle storie e dei percorsi di vita.

C’è però chi in ospedale torna con costanza da anni, per regalare “colori, allegria ed un momento di sospensione del dolore”. È l’associazione Brucaliffo che dal 2002 porta il teatro in luoghi non convenzionali, primo fra tutti l’ospedale ma anche la scuola, dall’asilo nido fino alle elementari. Ogni settimana due volontari dell’associazione mettono un naso rosso, un po’ di trucco e, attraverso i loro personaggi, cercano con delicatezza e competenza di donare un sorriso ai bambini e alle bambine ricoverati nei reparti di pediatria, pronto soccorso pediatrico e neuropsichiatria infantile.

“Facciamo un lavoro insieme al bambino – spiega Cecilia Cruciani, membro fondatore dell’associazione Brucaliffo – abbiamo delle piccole micromagie comiche in cui viene coinvolto ed insceniamo visite comiche per sdrammatizzare le visite dei medici. Altre volte, se il bambino ha qualcosa da proporci lo creiamo insieme, cercando sempre di coinvolgere i genitori ed il bambino del letto vicino, in modo da creare una relazione giocosa”.

“Entriamo in ospedale – continua – nel rispetto totale di quella che può essere in quel momento la sofferenza ma trattiamo i bambini come tali e non come pazienti: cerchiamo di restituirgli la libertà ed il diritto al gioco, riconosciamo la loro parte sana, quella che vuole giocare, vuole fare i capricci e vuole essere con te oppure no”.

Può succedere infatti che il bambino rifiuti la compagnia dei clown ma il più delle volte vengono accolti festosamente e sono percepiti come figure positive a cui i bambini si affezionano e che riconoscono per strada anche quando sono fuori dal personaggio.

Di solito non si tratta di bambini affetti da gravi patologie, che vengono invece trasferiti in altri ospedali. Tuttavia, nella sua lunga esperienza Cecilia Cruciani ricorda alcuni casi difficili, come quello di una bambina con una malattia terminale che ricevette la visita dei clown ogni giorno per una settimana, una doverosa eccezione che ancora ricorda con emozione.

Anche se si è vestiti da clown, avere a che fare con la sofferenza, soprattutto dei più piccoli, non è mai facile. Per questo per diventare volontario è necessario frequentare un corso di formazione di 150 ore a cui si può accedere ogni tre anni (il prossimo è previsto per ottobre 2019). Il corso si compone di una parte teorica frontale ed una parte pratica, e va dall’aspetto teatrale con la creazione del personaggio del clown alle nozioni sanitarie, che riguardano tutti i comportamenti da seguire dentro l’ospedale.

C’è poi una formazione psicologica ed una valutazione di capacità e motivazioni dei volontari: la psicologa, Manuela De Curtis, li accompagna durante tutto il percorso, con supervisioni di gruppo una volta ogni due mesi. Una formazione, più che mai necessaria: gli errori che involontariamente si possono commettere sono tanti.

“Tra i più comuni – spiega Cruciani a Virtù Quotidiane – ci sono quelli di non ascoltare, di voler essere simpatico a tutti i costi o di negare la sofferenza. Bisogna trovare il modo di ridere insieme, né ridere di qualcuno, né far ridere; se poi non c’è la situazione per sorridere ci si può emozionare ma non si deve forzare la situazione. Nessuno è costretto a sorriderti”.

In occasione speciali, come ad esempio le festività natalizie, i clown “irrompono” nei reparti degli adulti, come lungodegenza, ortopedia, dialisi e geriatria dove vengono accolti sempre con simpatia.

“I nostri personaggi – spiega ancora Cecilia Cruciani – sono veri, non vengono percepiti come persone vestite da clown ma proprio come quei clown, nel mio caso Szip, e la relazione che si crea è immediata: sei subito individuato come un amico. È qualcosa che funziona perché quando io, vestita da clown arrivo, ti saluto e se capisco che ti posso abbracciare, lo faccio, tu rispondi all’abbraccio e non pensi che io sia matta, se invece Cecilia vestita da Cecilia ti saluta e ti abbraccia, si crea più diffidenza”.

E i clown strappano sorrisi anche a chi incontrano per i corridoi o a medici ed infermieri. Sebbene vadano regolarmente in ospedale, una o due volte a settimana, nessuno sa in che giorno, è una sorpresa. Anche questi piccoli accorgimenti servono a far cambiare il punto di vista delle persone rispetto a quello che vivono ogni giorno e a vederlo un po’ rinnovato.

“È come l’effetto dei fuochi d’artificio, – dice Cruciani – quando finiscono ti resta quell’emozione che ti porti dietro”.

Un’emozione che, dicevamo, nasce nel 2002 quando sette ragazzi, dopo aver frequentato il corso di Storia del teatro del professor Ferdinando Taviani nell’Università degli studi dell’Aquila, iniziano a sperimentare con il teatro, usandolo come uno strumento per avvicinare le persone e lavorando per rinnovare il classico rapporto attore-spettatore.

Erano gli anni giusti: Hunter Doherty “Patch” Adams stava stupendo il mondo con la sua clownterapia, e ancora non era stato interpretato da Robin Williams nel celebre film che tutti conosciamo. In Italia erano ancora pochissime le esperienze di clown in ospedale, in questo senso una guida era l’ospedale Meyer di Firenze e nella testa di quei ragazzi c’era la voglia replicare quel modello anche a L’Aquila.

Sin dall’inizio l’associazione ha avuto due anime: una dedita al volontariato al quale si può avvicinare chiunque, anche chi nella vita non vuole fare l’attore. Tra i volontari ci sono infatti persone pensionate, studenti, funzionari pubblici, psicologi ed un’infermiera. Fanno parte della Federazione nazionale Clowndottori, che mette in rete le associazioni che si occupano di clownterapia, tutelandone la figura, soprattutto da coloro che lo fanno senza un’adeguata preparazione.

L’altra anima dell’associazione è composta dai professionisti che si occupano di teatro, sempre visto attraverso il clown ed il comico: si esibiscono in spettacoli, circo sociale e tanti progetti nelle scuole, dove quest’anno hanno portato come tema “le emozioni”.

Anche a scuola, così come avviene per l’ospedale, le lezioni non sono prestabilite: in base al gruppo di bambine e bambini che hanno davanti iniziano a lavorare, in modo da far emergere le risorse e la spontaneità del gruppo.

C’è poi un’importante novità, è in programma l’apertura di una nuova sede, vicino a “Spazio Rimediato”, un’altra piccola ma prestigiosa esperienza teatrale locale.

“L’augurio – continua Cruciani – è quello di creare un piccolo polo teatrale in centro storico. Insieme stiamo organizzando una rassegna di teatro per bambini che avrà luogo proprio a ‘Spazio Rimediato’ e sarà accompagnata da attività di laboratorio in quello che sarà il ‘Brucalab’, il nostro spazio dedicato alla creatività”.

È visibilmente emozionata Cecilia Cruciani quando ci parla dei nuovi progetti. Attrice, 46 anni, con un’esperienza nel mondo del teatro che inizia a sedici con il teatro L’Uovo e che si affina negli anni in spettacoli in tutta Italia e progetti nel sociale, come quello nelle carceri, o come la creazione de La casa del teatro a L’Aquila. Cecilia è rimasta l’unica dei fondatori a dedicarsi ancora all’associazione, ma nel suo cammino ha coinvolto altri 24 soci, la maggior parte dei quali fa volontariato in ospedale, entrando nei panni del proprio personaggio e mettendosi in gioco: Jojo – Simona Rogoz, Pasqualina – Cecilia Frezzini, Molletta – Chiara Terenzi, Bao Bao – Veronica Ferrante, Bobo – Angela Fulocamo, Malibù – Giulia Raparelli, Bottoncino – Paolo Zuppella, Caramella – Serena Normanno, Pastarella – Katia De Meo, Zzurro – Riccardo Agresti, Zucchero – Marianna Angelini, Cicci – Martina Faragalli, Liquirizia – Letizia Cona, Szip – Cecilia Cruciani, Bruschetta – Maria Celeste Angelucci, Caramella – Serena D’Alessandro, Margherita – Serena Normanno, Lillina – Giulia Ioannone e Pomposa – Rosagaia Sciarretta.

“Credo che per diventare volontario – conclude – ci voglia tanta forza di volontà e poi ognuno trova le sue risorse: magari c’è chi è più portato per essere comico o per improvvisare, altri sono negati ma recuperano a livello tecnico imparando più magie, poi attraverso la formazione ad ognuno arriva il suo, ed ogni clown porta in ospedale qualcosa di diverso”.

Dunque, se vi capita di incontrare Molletta, Pasqualina o Szip tra i corridoi dell’ospedale San Salvatore, sappiate che non sono dei semplici clown, che dietro c’è professionalità e dedizione, e la voglia di portare un po’ di colore dove sembra non essercene più.

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