IL SACRARIO DI PIETRANSIERI, COSA RESTA DOPO UN ECCIDIO NAZISTA


ROCCARASO – Restano nomi, date di nascita, suppellettili, targhe commemorative, lapidi, riconoscimenti istituzionali, un sacrario, i luoghi dell’eccidio e i racconti che, mescolati alla storia, contribuiscono a tenere viva la memoria. Memoria come sforzo che porta alla costruzione di un significato, memoria come processo collettivo che continua a interpretare il passato, memoria come trama che tiene insieme le maglie della nostra identità. Senza memoria, è indubbio, ci sentiamo smarriti, ma con la memoria cosa possiamo e cosa dobbiamo fare? E cosa fare con la memoria di un eccidio di 77 anni fa?

Questa la riflessione che facevo la scorsa estate visitando il sacrario di Pietransieri, il monumento eretto in memoria delle 128 vittime della strage nazista del bosco di Limmari.

È l’autunno del 1943: gli Alleati sono sbarcati a Salerno il 9 settembre, i tedeschi hanno ricevuto dal Führer l’ordine di resistere. La Linea Gustav, dalla foce del Garigliano sul Mar Tirreno a Ortona sull’Adriatico, è il campo di battaglia dove le popolazioni locali possono solo assistere inermi ai bombardamenti alleati e alla strategia della terra bruciata operata della Wehrmacht.

I nazisti sistematicamente distruggono i paesi, disseminano il territorio di mine, fanno razzie di viveri, costringono la popolazione a lasciare le case, passano i civili per le armi anche solo col sospetto di aver dato aiuto a prigionieri alleati o alle prime bande partigiane che si stanno formando.

Il 30 ottobre il feldmaresciallo Albert Kesselring fa affiggere un volantino nei borghi degli Altipiani maggiori d’Abruzzo che dice: “Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e a essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”; ovvero fucilazione.

Chi riesce a sfuggire ai rastrellamenti, che deportano bambini, donne e anziani a Sulmona e gli uomini verso i lavori forzati, si nasconde nei casolari sparsi tra i boschi e le campagne vicine, per restare vicino alla propria abitazione, ai pochi viveri a disposizione, appesi alla speranza che quel flagello possa finire da un giorno all’altro.

Poi d’improvviso, agli ordini del maggiore Wolf Werner Graf von der Schulenburg, i tedeschi passano all’azione. Tra il 12 e il 20 novembre il paese di Pietransieri viene minato e fatto esplodere con il sagrestano e l’ultima anziana che ha rifiutato di andarsene. Iniziano così le perlustrazioni tra le campagne. È il 16 novembre quando un casolare viene fatto saltare in aria e sette uomini sono fucilati. 18 saranno le vittime fino al 20 novembre, tutti in zona Limmari.

I pochi che si salvano, avvertiti da qualche buon tedesco che, al grido di tutti kaputt, anticipa gli squadroni della morte, scappano oltre il fiume Sangro.

Il 21 novembre è una bella giornata, raccontano i superstiti. Di prima mattina le truppe del Terzo Reich riprendono a setacciare la zona di confine, masseria dopo masseria. Si diffonde il panico, qualcuno prova a scappare ma sono donne, vecchi e bambini e vengono facilmente catturati. 30 persone, tra cui 11 bambini, sono fucilati nel casolare Di Battista. 60 persone nel casolare più a valle, quello di Clemente d’Amico, vengono fucilate e i loro corpi poi smembrati con il lancio di bombe di mano.

Al tramonto, le vittime di quell’insensato massacro sono 128, dei quali 60 donne, 34 bambini al di sotto dei dieci anni e un bimbo di appena un mese.

Si salvano soltanto Pia Cocco e Virginia Macerelli, due bambine. Virginia resta schiacciata sotto il corpo della madre morta, nascosta dal suo scialle. È ferita, ha paura. Ma rimane lì, ferma, in silenzio, per tutto il giorno e la notte, mentre i tedeschi tornano più volte a finire chiunque sia sopravvissuto.

I corpi delle vittime rimarranno abbandonati nel bosco dei Limmari, sepolti sotto la neve fino alla primavera successiva. Oggi riposano nel sacrario di Pietransieri, in via XXI Novembre. Sulla loro lapide c’è scritto il nome e l’età.

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