IN QUARANTENA SULL’ISOLA: LA STORIA DI ANNALUCIA, ABRUZZESE A PANTELLERIA TRA PROGETTI COMUNITARI E MANCANZA DI SERVIZI


PANTELLERIA – Tra le pieghe dell’emergenza Coronavirus, esistono storie, personaggi e situazioni particolari e delicate, indice di come la condizione d’isolamento in cui siamo costretti a vivere non sia uguale per tutti: più facile e sopportabile per alcuni ma più complicata e invalidante per altri.

Come ad esempio le donne incinta: la gravidanza in quarantena non è cosa semplice da affrontare, per loro e per i propri partner. Specialmente, se l’unica struttura presente sul proprio territorio viene chiusa.

È quello che sta accadendo a Pantelleria, splendida isola del Mediterraneo, distante un centinaio di chilometri dalla Sicilia e che conta circa ottomila abitanti, dove a tenere banco non è solo l’emergenza Coronavirus. O almeno, non direttamente.

La dolce attesa delle future mamme pantesche è stata infatti resa un pò più amara dalla chiusura del punto nascite, unica struttura sull’isola adibita per il parto. Un problema che da quasi un decennio investe l’isola, intervallando periodi di apertura e chiusura, costellati da numerosi decreti e deroghe: l’ultima del 2017, che prolungava l’apertura del punto nascite al dicembre 2019, prevedendo sull’isola esclusivamente parti a basso rischio o in emergenza.

Ad accendere i riflettori sul tema sono state le donne del comitato spontaneo “Pantelleria vuole nascere”, nato lo scorso 2 marzo in seguito all’annuncio da parte dei dirigenti sanitari che comunicava il mancato rinnovo della deroga che teneva aperta il centro. Tra loro c’è Annalucia Cardillo, abruzzese di San Vito Chietino (Chieti), trasferitasi anni fa sull’isola di Pantelleria dove vive con il compagno.

“Dopo la chiusura del punto nascita ci siamo immediatamente attivate con il comitato, coinvolgendo anche l’amministrazione comunale” racconta Annalucia a Virtù Quotidiane. “Per la chiusura del centro si sono appellati al decreto Balduzzi, il quale prevede la chiusura di punti nascita con un numero di parti inferiore a 500: lo stesso decreto tuttavia esenta dalla chiusura i punti nascita con posizione orografica disagiata, ovvero lontani più di 90 chilometri dalla prima struttura ospedaliera. Considerato che l’ospedale più vicino da qui è quello di Trapani, distante 180 chilometri, Pantelleria rientra pienamente in quest’ultima casistica”.

Anna Lucia vive sull’isola con il suo compagno già da qualche anno. La natura incontaminata unita al basso numero di abitanti ha contribuito a far sì che sull’isola il numero dei casi di Coronavirus sia ancora fermo a zero. “Vivere la quarantena sull’isola è anche bello; Pantelleria è ancora molto incontaminata, ed è facile perciò isolarsi rimanendo comunque all’aria aperta”.

Tuttavia, l’attenzione al rispetto delle misure in atto rimane comunque alta. “Qui l’emergenza è vissuta con un misto di emozioni, un mix di tranquillità e angoscia. Il virus al Sud è arrivato tardi, e fortunatamente non ha ancora avuto un impatto grande come al Nord Italia; la maggior parte dei casi sono collegati alle persone tornate dal Nord prima del lockdown. C’è comunque la consapevolezza che se il contagio dovesse arrivare in maniera forte, la maggior parte delle strutture ospedaliere del Sud non è preparata per affrontare una tale emergenza, e qui a Pantelleria, considerata la lontananza dalle strutture sanitarie, è ancora più importante rispettare i provvedimenti presi”.

La chiusura del punto nascite complica però la situazione. Il trasferimento a Trapani o Palermo comporterebbe una lunga serie di disagi per le gestanti, in primis il rischio di venire contagiati ed importare il virus sull’isola. “Al momento, Pantelleria non ha fatto registrare alcun contagio, ma il trasferimento delle gestanti oltre a un forte stress anche il rischio di esposizione al contagio, con la possibilità di contrarre il virus e importarlo qui sull’isola. Questo scatenerebbe il panico, poichè non ci sono strutture ospedaliere adatte ad affrontare l’emergenza, qui come in molte altre parti del sud d’Italia”.

In queste condizioni, le partorienti devono partire un mese prima della data del parto, senza poter essere accompagnate dai propri affetti in virtù delle misure di distanziamento sociale ora in atto, e costrette a sostenere i costi di un alloggio vicino alla struttura sanitaria di riferimento: “Esiste un contributo per coprire questi costi, ma non è sufficiente”.

“Oltretutto, dopo la chiusura dell’aereoporto di Trapani, gli spostamenti sono diventati ancor più complicati, e l’unica possibilità al momento è spostarsi all’aereoporto di Palermo. Uno stress notevole, che in un momento già di per sè complicato produce preoccupazione e nervosismo, fattori negativi che possono riflettersi anche sul bambino”.

Quello che le donne di Pantelleria chiedono è dunque “la riapertura immediata del punto nascite, attrezzato fin da subito per esercitare il parto in totale sicurezza”.

Annalucia ha deciso di partorire in casa, con l’aiuto di un’ostetrica e il sostegno del proprio compagno, e in attesa di sapere quale sarà il destino del punto nascite, si dedica ad altri progetti: “Faccio parte di un’associazione che si chiama Resilea, che ha lo scopo di riunire intorno a sé tutti coloro che hanno interesse a promuovere la ricerca sociale, la sostenibilità ambientale, la lotta a marginalità ed esclusione”.

Con l’associazione lei e altre donne stanno portando avanti la cura di un orto sociale, riqualificazione di terreni: “Avremo il nostro frantoio per prepararci a raccolta olive esteso per cooperativa sociale in cui possiamo anche lavorare i prodotti. Pantelleria ha una forte cultura contadina, che vogliamo contribuire a portare avanti”.

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