La memoria dell’ultimo rais di Favignana: Salvatore Spataro racconta la vita in tonnara
FAVIGNANA – C’è una storia che sopravvive alle reti ormai asciutte, alle barche ferme e al silenzio della Camparìa. È la storia degli uomini che hanno fatto della tonnara di Favignana (Trapani) non soltanto un luogo di lavoro, ma una comunità, una scuola di vita e un patrimonio di saperi tramandati di generazione in generazione.
A custodirla è Salvatore Spataro, ultimo rais della tonnara di Favignana, che ha dedicato l’intera esistenza al mare e a uno dei mestieri più antichi della Sicilia. Nella sua testimonianza ripercorre un mondo fatto di maestri, responsabilità, sacrificio e rispetto per una tradizione che oggi rivive grazie al museo della Camparia e alle iniziative dedicate alle nuove generazioni.
Racconta quel tempo in cui il mare scandiva la vita dell’isola e la mattanza non rappresentava soltanto un’attività economica, ma un rito collettivo fatto di sacrificio, conoscenza e appartenenza, capace di unire intere generazioni attorno a un sapere tramandato esclusivamente attraverso l’esperienza.

Salvatore Spataro non ama parlare di sé: “Quando si parla della tonnara di Favignana non si può prescindere dalle persone che l’hanno costruita, vissuta e tramandata. Prima ancora di parlare di me, sento il dovere di ricordare coloro che sono stati i miei maestri”, dice.
Il primo è stato il rais Rallo, che da bambino lo accolse in tonnara e gli fece nascere l’amore per quel mondo. Poi Gaspare Venezia, arrivato dalla tonnara di Siculiana, Michele Salmeri, Giacomino Serra e tanti altri uomini che ancora oggi considera dei padri. “Sono loro che mi hanno insegnato il mestiere, ma soprattutto il rispetto per il mare e per la tradizione”, ricorda.
Quando, nel 1985, la famiglia Florio aveva ormai lasciato la gestione della tonnara e la concessione era passata a Nino Castiglione, si cercava un uomo al quale affidare il ruolo di rais. Spataro aveva appena trentasei anni e non si sentiva pronto.
“Pensavo di non avere ancora l’esperienza necessaria”. Furono però proprio i vecchi tonnaroti a indicare il suo nome. “Dissero a Castiglione che potevo farcela. Se sono diventato Rais così giovane è stato grazie alla fiducia che hanno riposto in me”.
All’epoca non esistevano manuali né istruzioni scritte. Tutto si imparava osservando. Fin da ragazzo trascorreva le giornate tra le reti, seguendo chi preparava i cavi, chi piombava le maglie, chi costruiva gli ormeggi. Senza accorgersene stava assimilando ogni dettaglio di un’organizzazione complessa nella quale nulla poteva essere lasciato al caso.
Ricorda ancora una delle prime grandi responsabilità affrontate da Rais. Tre reti lunghe oltre cento metri dovevano funzionare come un unico sistema. Qualcosa, però, non lo convinceva. Tornò in tonnara durante la notte insieme alla moglie, che aveva le chiavi dello stabilimento, per ricontrollare tutte le misure. Aveva ragione: c’era un errore che riuscì a correggere appena in tempo. “Il lavoro del Rais era questo: non comandare, ma assumersi ogni responsabilità”.

La tonnara era una macchina perfetta. Ogni rete, ogni cima, ogni ormeggio dovevano essere predisposti con assoluta precisione. Bastava un piccolo errore per compromettere un’intera stagione di pesca.
Quando la concessione di Favignana terminò, Spataro si trasferì alla tonnara di Bonagia. Ma il legame con Favignana non si interruppe mai. Nel 2016, insieme ad altri diciassette superstiti della vecchia squadra, tentò di riportare in mare le reti nella speranza di ottenere nuovamente le quote di pesca. Guidavano un gruppo di circa ottanta persone. Rimisero insieme un sapere antico che sembrava destinato a scomparire. “Lo facemmo soprattutto per dimostrare che la tonnara era ancora viva e che la sua storia meritava di continuare”. Le quote, però, non arrivarono e il progetto si fermò.
Oggi quella memoria continua a vivere nella Camparia, trasformata in museo grazie all’impegno dell’ingegner Tagliavia e di quanti hanno creduto nel recupero di questo straordinario patrimonio. «Se questi muri esistono ancora è perché qualcuno ha deciso di non lasciare morire questa storia».
Il suo pensiero va soprattutto ai più giovani: “Devono sapere che qui non si pescavano soltanto tonni. Qui si costruivano comunità, si tramandavano mestieri e si formavano uomini”.
Ripensando all’infanzia, rivede il ragazzo che intrecciava le fibre di cocco destinate alle reti e che, appena poteva, correva a osservare gli operai al lavoro. Il vecchio Rais lo spostava continuamente da un incarico all’altro. Solo molti anni dopo capì il motivo: stava facendogli conoscere ogni singolo mestiere della tonnara. Era quella la vera scuola del Rais. Una formazione fatta di esperienza, pazienza e responsabilità, che lo avrebbe preparato, un giorno, ad assumere il ruolo più importante della tonnara e a diventare l’ultimo custode di uno dei mestieri più affascinanti e simbolici della tradizione marinara siciliana.
Sostieni Virtù Quotidiane
Puoi sostenere l'informazione indipendente del nostro giornale donando un contributo libero.
Cliccando su "Donazione" sosterrai gli articoli, gli approfondimenti e le inchieste dei giornalisti e delle giornaliste di Virtù Quotidiane, aiutandoci a raccontare tutti i giorni il territorio e le persone che lo abitano.
