LA RICERCA DELL’UNIVERSITÀ DELL’AQUILA CHE SCOPERCHIA L’OMERTÀ SULLA MAFIA DEI PASCOLI


L’AQUILA – Ritorsioni sottili e atti intimidatori più o meno celati dietro a fatti apparentemente isolati come furti di mezzi agricoli e di bestiame, di intere mandrie e greggi di cinquanta pecore, come nel caso in cui in una sola notte sono stati rubati tutti insieme, macchine e bestie.

Ma non è tutto, nel corso delle interviste realizzate dai ricercatori del laboratorio di cartografia Cartolab dell’Università degli studi dell’Aquila nel quadro di vari progetti, si racconta di allevatori locali “indotti” a vendere gli animali a soggetti di dubbia provenienza, minacce, armenti contagiati da brucellosi, stalle andate “accidentalmente” in fiamme, solo per citare alcuni dei numerosi episodi “sospetti” che mettono in ginocchio fino a costringerle alla chiusura piccole aziende agricole operanti sulle montagne abruzzesi e allevatori locali “privati” del loro bene più prezioso, il pascolo.

Storie inquietanti che riaccendono fragorosamente i riflettori sulla cosiddetta mafia dei pascoli, un business colossale che non sembrerebbe riguardare truffe isolate, in questo o quel territorio, ma un sistema ben organizzato e capillare di altissimo livello presumibilmente gestito dalla criminalità organizzata, come Virtù Quotidiane racconta da ormai due anni e che solo una settimana fa ha raccolto la testimonianza di un operatore di Vittorito (L’Aquila).

In più di una occasione, allevatori locali, amministratori e professionisti hanno fatto presente la “svendita” dei pascoli montani a grandi aziende di fuori regione, anche pubblicamente durante i molteplici incontri partecipativi organizzati da Cartolab sul territorio.

“È nel corso dei progetti ‘Life Praterie’ e ‘Il territorio dei miei sogni: percorsi e mappe per la valorizzazione economica e sociale nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga’ che ci siamo ritrovati in una situazione di cui non capivamo i contorni”, racconta a questo giornale Lina Calandra, docente di geografia del Dipartimento di Scienze umane dell’Università dell’Aquila e coordinatrice di Cartolab che si occupa principalmente di lavori di geografia sociale applicata alla gestione ambientale.

Sullo sfondo la “percezione” del gigantesco sistema di affitto degli alpeggi con il solo e unico scopo di incassare i premi messi a disposizione da Bruxelles, nell’ambito della Pac, la politica agricola comunitaria.

La truffa dei pascoli fantasma prevede l’affitto di centinaia di ettari di pascoli d’alta quota da parte di grosse aziende di fuori regione, anche attraverso agganci locali, che aumentano così superficie utilizzata e titoli a loro carico, in alcuni casi senza garantire l’effettivo pascolo del bestiame. Un sistema che frutta milioni e milioni di euro a scapito degli allevatori veri e onesti delle montagne abruzzesi che non riescono a competere con le grosse aziende.

“La ricerca sul campo – premette la docente – , ha come obiettivo quello di ascoltare il territorio delle aree protette, raccogliere la percezione delle persone e restituirne una fotografia aderente alla realtà che vivono i cittadini. Quello che emerge forte sin dal primo progetto di cui ci siamo occupati con il Parco del Gran Sasso-Laga, nel 2009, è l’esigenza da parte degli operatori locali intervistati di regolamentare i pascoli”.

La Calandra si riferisce al primo progetto “Life Ex-tra” che coinvolgeva, oltre al Gran Sasso-Laga, anche  Parchi del Tosco-Emiliano e dei Sibillini. I racconti delle persone intervistate si fanno però più espliciti nel corso delle successive ricerche condotte da Cartolab sulle montagne abruzzesi, per un totale di oltre 900 interviste in quasi 100 comuni.

“Se le persone che ti dicono la stessa cosa sono un centinaio allora c’è qualcosa che non va in un quadro che andrebbe indagato meglio da chi ha gli strumenti necessari per farlo”, fa osservare. “Durante gli incontri partecipativi, per esempio quelli del Progetto Life Praterie nel Gran Sasso-Laga, erano presenti avvocati, professionisti, imprenditori, amministratori, rappresentanti di categoria, in un clima di tensione e imbarazzo. Il progetto Life Praterie sembrava dare fastidio viste le numerose e feroci contestazioni incassate”, rivela con evidente sconcerto la docente di geografia.

Gli incontri partecipativi si sono svolti nel periodo compreso tra il 2013 e il 2017, nei territori di Barisciano e Assergi (L’Aquila), Arsita e Valle Castellana (Teramo) dopo un primo incontro a Camarda (L’Aquila). Gli incontri erano volti a tracciare le linee guida per il regolamento sui pascoli a beneficio di Comuni e Amministrazioni di uso civico che avessero voluto usufruirne.

Le interviste, realizzate nell’ambito del progetto “Il territorio dei miei sogni” hanno riguardato i 44 Comuni del Parco del Gran Sasso: 428 persone ascoltate, oltre ottomila chilometri percorsi e otto incontri pubblici sul territorio.

Una ricerca scientifica condotta coinvolgendo tutti gli attori possibili, dagli allevatori agli operatori turistici, dagli artigiani alle associazioni, carabinieri forestali e amministratori, che non aveva come focus la criminalità organizzata e le mafie ma che ha fatto emergere un quadro inquietante, per lo più riferito a fatti di dominio pubblico come esposti, denunce, sentenze ma anche a situazioni più sommerse, percepite, raccontate con timore, coperte da un velo di omertà.

“Quando entri in casa delle persone, le ascolti per ore, le persone ti parlano, si fidano. Da una ricerca finalizzata a tutt’altro sono emerse tantissime segnalazioni riferite ai pascoli dai contorni poco chiari”, riferisce la Calandra.

“Un pascolo che normalmente andrebbe affittato a mille euro, loro lo affittano a 10 mila euro e l’allevatore locale non può competere”, ha raccontato un allevatore intervistato, del quale Cartolab non svela l’identità.

“In questo modo le montagne qui intorno sono tutte assegnate a loro. Il loro vantaggio è che prendono 2-300 mila euro di contributi. Poi si sono uniti in cooperative che sono simili a scatole cinesi. Fanno l’offerta in base all’asta, ma spesso poi questa offerta non la pagano nemmeno ai Comuni che affittano i pascoli. Essendo simili a scatole cinesi spesso non si riesce a risalire a chi deve pagare l’affitto ed eventualmente su chi rifarsi a livello legale”.

“La truffa non è solo all’Unione europea ma prima di tutto al territorio e a chi lo vive”, afferma la Calandra che nel corso dell’esperienza sul campo ha rilevato quanto le situazioni si presentino in maniera molto subdola, quanto sia difficile, soprattutto all’inizio, cogliere e distinguere segnali che riferiscono di criminalità organizzata.

Tra le affermazioni più significative raccolte nell’ambito del progetto dell’ateneo aquilano, c’è quella di una persona che afferma: “Succede che queste società si prendono i pascoli e noi dove andiamo? Poi ci dicono che però possiamo pascolare sui pascoli che hanno preso loro…”.

“A qualcuno dicono pure che pagano loro il guardiano che deve stare con gli animali…”, ha detto un’altra.

“Affidano i capi ai locali e questi, in cambio, possono tenersi il latte e i piccoli nati. Poi, dopo cinque anni, si possono pure tenere gli animali”, ha detto un’altra delle persone intervistate.

“Non hanno problemi di soldi, i contributi europei sono tanti tanti soldi! E allora ti possono pure sistemare qualche struttura”, ha affermato un allevatore rispondendo alle domande dei ricercatori dell’Università.

“Quando gli allevatori si sono resi conto di quello che stava succedendo, e soprattutto quando si sono resi conto che non avevano interlocutori, era troppo tardi. Quello dei titoli per i contributi è un mercato diabolico. Ci stanno dentro tutti”, si legge ancora nelle decine di testimonianze raccolte da Cartolab.

“Dall’esperienza sul campo emerge che in tutte le categorie di attori intervistati le vicende criminose riferite ai pascoli sono note – afferma la Calandra – c’è consapevolezza che si tratta di criminalità. C’è anche chi tuttavia sembra non cogliere, o sminuisce, la portata di quello che sta succedendo sul territorio”.

Non a caso alcuni allevatori dichiarano che “c’è mafia sul pascolo. I pascoli vengono presi da ditte prestanome, ma non puoi metterti di traverso perché ci passi i guai, come la stalla che ha preso fuoco”. E ancora: “I pascoli devono andare ai residenti. Ma è una linea un po’ pericolosa, poi subentrano ‘fatti mafiosi’”.

Un altro allevatore ha detto che “le nostre montagne non sono più luoghi sicuri. Ci sono stati uno, due, tre furti. Una, due, tre, quattro volte con le vacche, poi un po’ di pecore, in una sola notte sono sparite 30 mucche. Il passaggio dei camion andrebbe impedito. Andrebbe reso obbligatorio chiedere l’autorizzazione alla forestale, mettere degli sbarramenti che solo la forestale può aprire”.

“La residenza non basta come criterio, questi – ha detto un altro degli intervistati – si portano la residenza, affittano casa, comprano le case. Non in un comune solo, in più comuni. Sono persone molto preparate, qualificate, professionisti, navigano fra legale e illegale”.

Dal punto di vista amministrativo queste società sono legali a tutti gli effetti, tutte le certificazioni sono a posto, la capacità economica, anche di comprare animali, è notevole. Qualcuno ha affermato: “Come fai? Quello che succede è ingiusto e pericoloso. Poi, se provi a far valere altre ragioni, il giorno dopo hai 4 avvocati alla porta”.

La costruzione del racconto di Lina Calandra mette in luce tanti aspetti che andrebbero analizzati nel loro insieme, da chi naturalmente ha gli strumenti per farlo e le competenze, in un’ottica di tutela e salvaguardia di un territorio alla mercé del miglior offerente che presumibilmente ha interessi lontani dal bene della comunità locale.

Anche il questore dell’Aquila, Orazio D’Anna, si era espresso sul tema della penetrazione della criminalità organizzata nel corso di un convegno organizzato dall’associazione Libera contro le mafie, il 19 novembre 2018, presso il Dipartimento di Scienze umane, durante il quale la Calandra ha presentato la relazione “Gran Sasso, Laga, Majella: segnalazioni di truffe e fenomeni criminali dalla ricerca sul campo in due aree protette”.

“C’è un sistema mafioso esportabile, applicabile, in qualsiasi luogo. La dimostrazione ce l’abbiamo anche qui a L’Aquila – aveva detto D’Anna, originario di Acireale (Catania) – se andiamo a vedere da dove provengono le società oggetto di interdittive delle Prefetture di metà delle regioni italiane. Andiamo dalla Puglia, Calabria, Campania, al Lazio, Umbria, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lombardia. Ditte impersonate da soggetti economici importanti, assistiti nell’esercizio della professione da batterie di professionisti”.