LA RITIRATA STRATEGICA DELLO STATO DALLE AREE INTERNE SPIANA IL TERRENO ALLE MAFIE


PACENTRO – Si chiama “Comunicazione e partecipazione nel Parco della Majella. Attori, dinamiche e scelte condivise per la gestione della conflittualità ambientale e della presenza dell’orso” la relazione di oltre 180 pagine elaborata dal laboratorio Cartolab dell’Università dell’Aquila e presentata ieri al ristorante Fonte Romana di Pacentro (L’Aquila), nel cuore della Majella.

Si tratta di un lavoro di indagine sociale simile a quello intrapreso nel territorio del Parco nazionale Gran Sasso Laga e presentato dallo stesso gruppo di lavoro due anni fa a Amatrice (Rieti).

402 interviste – di cui due terzi a cittadini e operatori, e un terzo ad attori istituzionali – nei 39 comuni ricadenti nel Parco della Majella con l’obiettivo di restituire (finalmente) una fotografia realistica del rapporto socio-territoriale tra il parco e le comunità. Talmente reale e per certi versi cruda che, all’esito dei risultati, l’ente ha clamorosamente deciso di non proseguire il progetto, perché non più interessato a vederne la conclusione.

La ricerca presentata ieri dall’associazione Abruzzo Crocevia con Lina Calandra, conduttrice del Cartolab, è solo la prima ad essere stata organizzata nel vasto territorio del parco. Il metodo innovativo dell’indagine sociale, senza filtri né direzionamenti, ha mirato a raccogliere sogni, bisogni e riflessioni delle comunità.

I risultati hanno numerose sfaccettature, ma certamente emerge un ente per certi versi alieno rispetto alle popolazioni, eccessivamente burocratizzato, isolato dal contesto e dal territorio di riferimento, per il quale dovrebbe al contrario fungere da volano e da strumento di crescita collettiva.

Tutti aspetti messi in luce dalle persone in un breve video, non esaustivo ma indicativo di un certo senso di insofferenza delle comunità. E che tuttavia non è stato raccolto dall’ente Parco, che ha appunto deciso di non sostenere più la ricerca dell’Università, sottraendosi così al confronto e quindi alla ricerca delle soluzioni per i problemi.

Emerge insomma una situazione simile a quella di altri enti del genere, nella regione che conta tre parchi nazionali e uno regionale, e dove andrebbe messa in atto una radicale trasformazione della natura delle strutture a governo e a tutela dell’ambiente soprattutto montano, oltre che ovviamente difendere i parchi da chi vorrebbe semplicemente eliminarli o svuotarli di senso, come nella recente querelle del Sirente Velino.

La mancanza cronica di servizi – dai trasporti alle infrastrutture tecnologiche – la svalutazione nel tempo dell’uso civico e collettivo, che rappresenta in sé la storia della convivenza tra popolazioni e territorio, le deficienze nella manutenzione delle montagne, che portano ogni anno agli incendi boschivi, sono tutti elementi che indicano chiaramente che siamo da anni di fronte a una ritirata strategica dello Stato dalle aree interne appenniniche, che contribuisce in modo decisivo allo spopolamento, a favore della visione egemone città-centrica.

Questo senso dell’abbandono va a generare, a seconda dei casi più o meno volontariamente, un terreno fertile per le criminalità organizzate, da tempo presenti, che sfruttano la situazione per proseguire una certa colonizzazione delle montagne, dando luogo alle cosiddette mafie dei pascoli, fenomeni ben precisi che interessano l’economia della montagna che hanno l’obiettivo di raccogliere milioni di contributi europei dimostrando un’attività agrosilvopastorale solo su carta.

Tutto questo, di cui Vq scrive da tempo, è emerso proprio dalle ricerche del Cartolab nel Parco del Gran Sasso e si ripropone nella nuova relazione sulla Majella, dove si parla anche di attività sospette anche nell’ambito boschivo.

Fino a quando istituzioni, operatori e cittadini assisteranno in silenzio a questa attività predatoria non c’è dato saperlo.

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