MAFIA RURALE E DEI PASCOLI IN UNA TESI DI LAUREA, “ABRUZZO SENZA ATTIVITÀ INVESTIGATIVA”


CASTELVECCHIO SUBEQUO – La mafia dei pascoli e del latifondo, dalle vicende del Parco naturale dei Nebrodi al protocollo sulla legalità di Giuseppe Antoci fino alle agromafie di oggi, dal tipico modus operandi al caporalato all’escalation criminale sui terreni passando per la soggezione di allevatori e agricoltori, il contrasto efficace alla criminalità rurale, dal Codice Antimafia alla revoca delle concessioni.

Sono questi gli argomenti principali sviscerati nella tesi laurea magistrale di Lisa Olivieri (nella foto sotto), 26 anni, laureata in Giurisprudenza all’Università di Bologna nel 2018, di Castelvecchio Subequo (L’Aquila) dove collabora in società nella cooperativa Vivendo Store, un progetto della Promoter Abruzzo.

La tesi dal titolo “Mafia rurale. Il terreno come simbolo di potere per le mafie di oggi” offre uno sguardo d’insieme critico, consapevole e largamente documentato sulle aggressioni della criminalità organizzata al mondo agro pastorale e della filiera alimentare della penisola italiana, nelle sue molteplici articolazioni, per un giro d’affari colossale intorno ai fondi dell’Unione Europea destinati all’agricoltura (Pac).

“Una cifra esatta, un dato numerico certo, costituirà il punto di partenza per la nostra analisi: 26.689 i terreni individuati, solo nel 2016, dalla Guardia di Finanza nella disponibilità di soggetti appartenenti alla criminalità organizzata”, si legge nel capitolo su “Agromafie di oggi: connotati principali e tipico modus operandi” della tesi.

Nel grande lavoro di ricerca, la studentessa ha dedicato un focus particolare alla mafia dei Nebrodi, l’area verde protetta più grande della Sicilia, oggetto di una mega operazione della Direzione distrettuale Antimafia che, a gennaio scorso, ha coinvolto clamorosamente anche l’Abruzzo e che ha portato all’arresto di 94 persone e al sequestro di 151 imprese agricole, nell’ambito di un’inchiesta su presunte frodi ai danni dell’Unione europea attraverso l’ormai noto meccanismo della cosiddetta mafia dei pascoli.

Un fenomeno di cui Virtù Quotidiane si occupa ormai da tre anni e che vedrebbe grandi aziende di fuori regione occupare vaste aree di terreni con il solo scopo di accedere ai fondi europei, pur senza garantire l’effettiva attività di pascolo degli animali.

“Per la mia tesi ho scelto di occuparmi di un tema così particolare e complesso mentre seguivo un corso sulle mafie in generale. La mia docente – racconta Lisa a questo giornale – aveva contatti diretti con alcuni rappresentanti del Parco dei Nebrodi, un contesto spietato e oggetto di speculazioni criminali sin dall’Ottocento”.

Quella dei Nebrodi è una delle mafie più antiche del settore rurale, “è la mafia dei pascoli per eccellenza,  l’esempio emblematico del modus operandi di quelle organizzazioni criminali che scelgono un contesto agro-pastorale, quale ambiente ideale per coltivare i propri affari – spiega – . Lo strumento d’eccellenza, adottato dalle realtà criminali nella conduzione delle proprie attività quotidiane, diventa dunque il terreno, strictu sensu inteso quale spazio fisico necessario per la coltivazione di esseri animali e vegetali e per lo sviluppo di un insieme di prodotti destinati ad immettersi nella filiera agroalimentare”.

“La mia tesi voleva partire dalle origini della mafia, una mafia del latifondo appunto, e dimostrare che ancora oggi uno degli elementi principali e più importanti sia proprio il terreno. Esiste quindi una mafia che utilizza ancora dei mezzi rudimentali e si avvale dei reati più tradizionali, come estorsioni, furti di mezzi agricoli, abigeato, danneggiamento, pascolo abusivo. Reati messi in atto attraverso metodi violenti per stabilire il potere sul territorio ma anche e soprattutto per arrivare a incassare i fondi europei”, afferma la Olivieri come ampiamente documentato nella tesi attraverso fonti giudiziarie.

Nel 2015 l’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, è stato vittima di un attentato mafioso dal quale ne è uscito illeso grazie all’auto blindata e all’intervento della scorta. Nel 2014 lo stesso aveva introdotto le prime coraggiose misure volte a frenare il fenomeno delle truffe sui fondi comunitari, il cosiddetto “Protocollo Antoci” sulla legalità, recepito successivamente anche dal Codice nazionale Antimafia. Il protocollo in sostanza impone la presentazione delle certificazioni antimafia anche per l’affitto di terreni di uso demaniale inferiore a 150 mila euro e ha rappresentato un duro colpo alle mafie.

“In un territorio come l’Abruzzo invece, dove il fenomeno delle agro mafie è ancora sommerso e le indagini quasi nulle, l’accertamento – rileva la Olivieri – risulta essere molto più difficile e il Protocollo Antoci meno efficace”.

“Quello che ho cercato di dimostrare nella mia tesi è come il tentativo dei clan sia quello di insinuarsi con metodi violenti e altrettanto subdoli per aumentare il numero dei terreni a disposizione, ma non solo. Nelle campagne dei Nebrodi l’infiltrazione criminale riguarda anche la filiera agroalimentare, è infatti molto rilevante il fenomeno dell’abigeato, il furto di capi di bestiame collegato da un lato alla mafia dei pascoli e dall’altro al giro di macellazioni clandestine”.

Numerosi in tal senso, come riportato nella tesi, sono stati i blitz delle forze dell’ordine che hanno scoperchiato un sistema ben collaudato e strutturato con la connivenza e la complicità di professionisti, medici veterinari, macellai e imprese agricole locali. Un business con il quale a finire sulle tavole è la carne di animali malati, macellati clandestinamente e senza il rispetto delle norme sanitarie vigenti.

Tutti i dati sulla portata delle frodi sono pubblicati nei report annuali redatti dalla Fondazione Osservatorio nazionale sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, promossa da Coldiretti ed operativa dal 2014, al fine di contrastare qualsiasi tipo di intervento doloso o fraudolento che possa minacciare il valore della “qualità”.

“Nella tesi avrei voluto inserire un capitolo dedicato all’Abruzzo ma è stato molto difficile rintracciare le fonti. Fortunatamente la questione è poi passata alla ribalta delle cronache e finalmente si comincia a parlarne, anche se l’unico modo per arginare davvero il malaffare rimane l’attività investigativa”.

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