Cronaca 29 Nov 2024 13:25

Non chiamate Prosecco qualsiasi spumante! È una questione di cultura e tutela dei prodotti

Non chiamate Prosecco qualsiasi spumante! È una questione di cultura e tutela dei prodotti

PESCARA – Menù disseminati nei ristoranti di qualunque regione dove appare la dicitura Prosecco per indicare qualunque bollicina, anche gli spumanti a base di vitigni autoctoni di quel preciso territorio. Persino sugli scontrini, può capitare di vedere battuti due Prosecchi, quando si è appena finito di sorseggiare una Passerina spumantizzata, rigorosamente abruzzese.

Le bollicine, è ormai cosa nota, sono tra i vini più consumati. In un mercato connotato dalla contrazione di bevitori di vino, soprattutto dei grandi rossi, il settore delle bolle è quello che tiene di più. Il Prosecco in questo ambito fa di certo la parte del leone, in qualità di denominazione più prodotta d’Italia, ma è altrettanto vero che ci sono regioni che hanno una vocazione alla bolla storicamente, vedasi le aree del Franciacorta e del Trento Doc, e altri territori che questa espressione vinicola la stanno cavalcando, ottenendo peraltro ottimi risultati. Eppure per il grande pubblico, bollicina nel calice può voler dire solo due cose: Champagne, ma lì è il prezzo a chiarire ben presto le idee al consumatore, e poi Prosecco.

Ad agevolare questa scarsa attenzione del mercato, una bella responsabilità la hanno gli operatori stessi: ristoratori e gestori di bar ed enoteche che per primi non fanno una netta distinzione.

Il personale è quasi sempre poco formato (ma questa è ormai un’annosa e spinosa questione che attanaglia il settore dell’accoglienza) e così di fronte alla domanda del cliente: “che bolla autoctona avete?” propone con nonchalance un “prosecchino”.

Ancora peggio se quella proposta viene marchiata nero su bianco all’interno dei menù, dove sarebbe bastato copiare pedissequamente l’etichetta delle bottiglie che fanno parte della propria cantina (nella foto qui sotto, un potpourri degno di nota!).

Vederlo battuto su uno scontrino potrebbe passare come un passaggio secondario, ma è la testimonianza della disattenzione e superficialità con cui si trattano i prodotti. Un ristoratore/enotecaro dovrebbe, se un minimo appassionato del suo lavoro, fare divulgazione, cultura attorno al mondo che vive.

Se per primi gli operatori non sono informati adeguatamente, come si può pensare o sperare che lo sia il grande pubblico?

Non si tratta di snobismo, ma di tutela dei prodotti da ogni lato che si voglia analizzare il tema. Il fronte dell’area di produzione del vero Prosecco, tanto che lo stesso consorzio del Prosecco Doc proprio un anno fa ha lanciato una campagna di comunicazione “Non chiamatelo Prosecco se è un comune effervescente” per invitare a non abusare per gli spumanti in genere del nome della Doc, che è stato protetto dalla normativa Ue dal 2009. Ma al tempo stesso dal versante delle altre regioni che producono vini spumante che devono e vogliono affermare la propria identità.

Iniziamo a chiamare le cose con il loro nome e a distinguere le bolle a seconda della loro territorialità, invece di definirle tutte indiscriminatamente Prosecco.

Lo dobbiamo ai produttori che lavorano con sacrificio per raccontare il loro territorio attraverso il vino a cui affidano una identità ben precisa. Lo dobbiamo a quei territori che oggi si stanno affermando con qualità nella produzione di spumanti autoctoni.

Ma lo dobbiamo anche al Prosecco stesso che è un vino spesso sottovalutato, talvolta svilito da prezzi eccessivamente bassi e da una nomea che non lo rappresenta in toto, ma che invece è capace di espressioni di eccellenza e che di certo ha aperto un trend di mercato e oggi porta il nome dell’Italia in giro per il mondo.


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