SETTANTA TURISTI IN QUARANTENA A ROCCA DI MEZZO: LA QUALITÀ DELLA VITA PUÒ RIPOPOLARE I BORGHI DOPO L’EMERGENZA

Mauro Di Ciccio (foto Andrea Mancini)

ROCCA DI MEZZO – Più metri quadri a disposizione delle persone, maggiore territorio verde e incontaminato, minore densità abitativa dei centri urbani ma, per questo, anche un isolamento sociale più evidente.

Sono questi i tratti distintivi della quarantena nelle aree interne abruzzesi. Da monte a valle, percorrendo le strade e le rue dei piccoli borghi dell’Abruzzo aquilano stavolta imbocchiamo la Statale 5 bis, che dall’estrema periferia sud-est del capoluogo abruzzese arriva alle porte dell’Altipiano delle Rocche.

Prima di arrivare, il primo paese che si incrocia è Fonteavignone, la più piccola delle frazioni di Rocca di Mezzo (L’Aquila). Qui, in inverno, vivono meno di venti abitanti. D’estate si arriva anche a mezzo migliaio di persone, e anche per questo sono diverse le iniziative e gli eventi pubblici che organizza la comunità.

Incontriamo Francesco e Stefano, padre e figlio. Il primo è da sempre attivo nell’animare la socialità, il secondo è un giovane consigliere comunale. Ci indicano una struttura polivalente di legno, costruita dopo il terremoto del 2009, il centro sociale di riferimento del paese: “Per le poche persone che vivono qui è fondamentale incontrarsi, raccontarsi la propria giornata, o anche semplicemente giocare a carte o bere una birra insieme. In questi giorni invece siamo costretti a stare ancora più isolati di quanto lo siamo normalmente”, ci dicono fuori la porta di casa, sotto una leggera nevicata di fine marzo.

Della stessa opinione è Eugenio, 52 anni, che vive da solo in una casa che affaccia sulla piazza principale di Fonteavignone, oggi vuota come tutte le piazze d’Italia: “Dopo il terremoto del 2009 abbiamo vissuto in tenda per mesi ma quello che ci ha aiutato a superare quel momento è stata proprio la socialità, la possibilità di trovare sollievo anche in una semplice arrostata insieme. A me questa quarantena sembra peggio di quel periodo”, dice mentre camminiamo tra i vicoli deserti del paese.

“L’emergenza coronavirus è peggio dell’emergenza terremoto. Certo, ora vedo così tanti documentari che sto diventando meglio di Alberto Angela“, dice sorridendo.

Salendo verso l’altipiano automobili non se ne incontrano. Superiamo la frazione di Terranera, dove su una balconata è stato appeso uno grande striscione. Attraversiamo l’abitato di Rocca di Cambio, 1434 metri sul livello del mare, il comune più in alto dell’intero Appennino. Anche qui, come prevedibile, nessuno in strada, complice anche il freddo di fine stagione.

Arriviamo a Rocca di Mezzo, il comune più grande della zona. Circa duemila abitanti stanziali, che arrivano a oltre diecimila nei mesi di alta stagione, anche grazie al vicino comprensorio sciistico.

La piazza principale è imbiancata dalla neve. Sembrano lontanissimi i ricordi della gente che passeggiava ai mercatini di Natale, come delle migliaia di persone alla tradizionale Festa del Narciso, che si tiene solitamente a maggio, e che quest’anno non avrà luogo, per la prima volta dal dopoguerra.

“Il nostro primo problema è stato quello relativo alle seconde abitazioni, che qui abbondano e richiamano ogni anno migliaia di persone”, racconta in municipio il sindaco Mauro Di Ciccio.

Molte persone, per lo più provenienti da Roma, erano in paese per trascorrere la settimana bianca quando è iniziata l’emergenza. Circa 70 di loro non se ne sono mai andate da allora, e stanno trascorrendo il periodo di quarantena a Rocca di Mezzo: “Ovviamente non si tratta di presenze occasionali ma di persone che conosciamo bene – afferma il primo cittadino – e che abbiamo provveduto a censire, anche per poter offrire i nostri servizi a tutti”.

Il controllo del territorio è stato rafforzato. Basti pensare che i quattro comuni del comprensorio (Lucoli, Rocca di Cambio e Ovindoli, oltre alla stessa Rocca di Mezzo) hanno assunto altri quattro vigili urbani, raddoppiando la presenza nei rispettivi paesi.

A Rocca di Mezzo ci sono quattro negozi che vendono beni alimentari, una farmacia, due fruttivendoli, un’edicola e alcune attività cui è permessa l’apertura perché offrono beni per l’elettricità o telefonia. Rispetto alle dimensioni cui si è abituati nelle profonde aree interne appenniniche, il centro è più esteso. Meno isolato, dunque, ma anche più attraversato e complesso da gestire.

Per questo è attivo anche qui il servizio di consegna di farmaci e spesa a domicilio, un servizio effettuato dalla pro loco e dalla Croce Rossa locale.

Oltre l’emergenza quello che più di preoccupa le comunità dell’Altipiano delle Rocche è l’economia. Il turismo è vitale da queste parti, essenziale all’indotto economico, fondamentale per intere comunità.

È forse ancora presto per parlarne, ma quando terminerà la fase emergenziale il turismo dovrà reinventarsi, plasmarsi nuovamente in base alle strategie che le popolazioni riusciranno a mettere in campo, territorio per territorio.

“Dovremo essere bravi a rilanciare l’economia locale – afferma il Sindaco – ci saranno momenti di sofferenza, in cui dovremo rimboccarci le maniche. Ma, anche guardando al passato, credo che gli Italiani abbiano sempre dato dimostrazione delle grandi rinascite. Abbiamo genio e sregolatezza, ora è il momento di tenere a bada la sregolatezza. Poi toccherà al genio”.

Un nuovo modo di vivere è possibile? Nel corso del nostro viaggio a puntate lungo le aree interne in tanti se lo sono chiesto.

Se sarà necessario, o auspicabile, un cambiamento di paradigma rispetto ai nostri stili di vita, se sarà finalmente compreso quanto la qualità dell’aria e della vita sia fondamentale alle persone, allora i borghi delle aree interne dovranno pretendere servizi di prossimità migliori e farsi trovare pronti per essere riscoperti, ripopolati, nuovamente vissuti.

LE FOTO DI ANDREA MANCINI

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