50 ABITANTI AI PIEDI DEL GRAN SASSO: VIAGGIO A VILLA SANTA LUCIA, TRA DIFFICOLTÀ, SPERANZA E DETERMINAZIONE

Il sindaco Antonio Paride Ciotti (foto Ilaria Rosa)

VILLA SANTA LUCIA DEGLI ABRUZZI – Enzo Tortora definiva piazza Garibaldi la “terrazza d’Abruzzo”. L’amato conduttore televisivo non aveva torto: da qui si gode di una vista rara sulle catene della Majella e del Gran Sasso d’Italia, oltre che sulla valle del Tirino.

Siamo a Villa Santa Lucia degli Abruzzi (L’Aquila), cerniera tra l’Abruzzo pescarese che inizia a scendere verso il mare, e quello aquilano che risale verso il Gran Sasso. Siamo al confine tra le due province, nella comunità montana dell’Altipiano di Navelli, in un territorio interamente ricadente nel Parco nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

A Villa Santa Lucia ci sono meno di 100 residenti, numeri che fanno del comune il quint’ultimo per popolazione in Abruzzo. In realtà, però, qui ci vive la metà delle persone. Una trentina in paese e una quindicina a Carrufo, unica frazione di un territorio comunale esteso, che arriva fino a Capodacqua.

Un territorio di congiunzione tra la valle del Tirino e le “Terre di Baronia” (con Castel del Monte, Calascio e Santo Stefano di Sessanio), all’interno del quale puoi trovare la montagna, la valle, la roccia, il bosco e persino gli ulivi.

Villa ha subito un destino del tutto simile a quello di centinaia di paesi delle aree interne appenniniche: l’emigrazione di massa a inizio Novecento, e un progressivo spopolamento. Basti pensare che nel 1910 gli abitanti erano più di duemila.

Non lontano dalla “terrazza d’Abruzzo” ci rechiamo al b&b Bacca blu, campo base del nostro viaggio. Ad accoglierci il sindaco Antonio Paride CiottiFrancesca D’Anastasio, la proprietaria della struttura, Gianna Giardini, aquilana di origine ma villese d’adozione, oltre a un camino acceso e una vetrata mozzafiato sulla valle del Tirino.

Sono loro a raccontarci il paese, le difficoltà delle comunità, ma anche i sogni, la determinazione e la volontà di continuare a vivere immersi nella bellezza.

Sanità, viabilità e scuole: le difficoltà dei servizi

Da queste parti le difficoltà maggiori sono legate ai servizi essenziali, un aspetto lega la maggior parte delle aree interne nell’Abruzzo montano. L’ospedale più vicino si trova a Popoli (Pescara), ma da anni continua ad essere depotenziato. E così spesso ci si trova costretti ad andare all’Aquila, distante poco meno di un’ora in auto. Ci sono servizi sanitari di base nella vicina Capestrano, ma non sono sufficienti.

C’è un solo bus che porta a valle. Passa per Villa alle 6 del mattino e torna alle 3 del pomeriggio. Le scuole non ci sono più da diversi anni, anche perché i minori, qui, sono solo quattro. Le famiglie sono costrette ogni mattina a recarsi al bivio con la Statale che da va da Bussi all’Aquila per poterli accompagnare al bus più vicino per Capestrano o Navelli, dove trovano i loro coetanei.

Per ovviare a questa mancanza di servizi, il Comune e una cooperativa di Capestrano hanno attivato un servizio di trasporto su un pulmino, che ogni venerdì mattina accompagna soprattutto la popolazione non autosufficiente – per lo più anziani – a comprare generi alimentari o al presidio sanitario di Capestrano, mentre la farmacia della vicina Ofena (L’Aquila) “va in trasferta” ogni settimana.

Il paese senza bar

Il bar-alimentari è uno spazio fondamentale nei piccoli borghi. Funge da aggregatore sociale, agorà pubblica, punto di riferimento essenziale della comunità. A Villa ha chiuso da molti anni, anche perché qui sono tre le famiglie “giovani”, vale a dire quelle i cui componenti saranno presumibilmente soggetti attivi della società anche tra 10 anni.

È stato installato un distributore automatico di bevande, ma è troppo poco. Così, come Vq ha anticipato lo scorso gennaio, il Comune ha deciso di “premiare” con ben 25 mila euro di finanziamento a fondo perduto chi deciderà di aprire un emporio in piazza. Il progetto è stato chiamato “l’emporio che non c’era”.

Sembra tutto abbandonato, perduto, morto? Niente affatto. In realtà in paese ci sono ben cinque aziende agricole, 3 bed & breakfast, un’attività di street food, un negozio di prodotti tipici, ma anche un’associazione sportiva (la Sporting Villa) che gestisce gli impianti sportivi del paese, e la pro loco (nella frazione di Carrufo).

Non c’è un bar, ma sono presenti ben due musei: quello comunale delle “capanne in pietra” (i tholos, di cui parleremo più avanti) e uno sul lupo, di proprietà di Stefano Mucciante, anch’egli titolare di un b&b.

Il sindaco ci porta a visitare il primo, ospitato in quella che una volta era la scuola del paese: “Abbiamo voluto sostenere anche un certo concetto di bellezza e di cultura – racconta – abbiamo realizzato una mostra con l’artista aquilano Sergio Nannicola, e ancora oggi ospitiamo molti tessuti tipicamente abruzzesi, derivanti dalle lane e dagli allevamenti, manufatti antichi che provengono da Pescocostanzo, ma anche da Castel del Monte e dalla stessa Villa”.

La ricostruzione è un’opportunità

La ricostruzione post-sisma 2009 qui procede spedita, sono diverse le gru che spuntano dal borgo antico di Villa Santa Lucia. Ci addentriamo in paese e incrociamo diversi operai, per lo più campani, seduti in piazza Garibaldi perché in pausa pranzo. Si godono il sole d’inverno sulla “terrazza d’Abruzzo”.

In pochi minuti torniamo al b&b, perché non è solo una questione di case, bensì di sentirsi parte di un processo che riparte: “La ricostruzione ci sta ridando le speranze, dopo anni indubbiamente difficili”, ci racconta Francesca D’Anastasio, originaria di Montesilvano (Pescara) ma oggi villese a tutti gli effetti.

Sia lei che il sindaco sono convinti che si possa beneficiare del turismo dei paesi a monte di Villa, quei Castel del Monte, Santo Stefano di Sessanio e Calascio frequentatissimi e presi a modello da tutti: “Vorremmo un turismo condiviso – afferma Ciotti – certo, qui non abbiamo bellezze architettoniche come a Santo Stefano, ma c’è un territorio bellissimo da scoprire, e vogliamo crescere anche in termini di posti letto (attualmente poco più di dieci in paese, ndr) e servizi nei confronti di un certo tipo di turismo”.

E in effetti, se ci cammina sul Monte Cappucciata, che “veglia” da sempre su Villa, si può arrivare a vedere persino il Mar Adriatico, in una vista eguagliabile solo sulle alte vette del Gran Sasso. Inoltre, anche grazie alla perseveranza di Francesca D’Anastasio, negli ultimi anni è stato riscoperto un sentiero sul quale appaiono i tipici tholos a spirale, antiche capanne in pietra, simbolo della tradizione contadina della zona.

“Questa è la porta sud del Parco nazionale. Si può fare una traversata in cresta, godendo della corona di montagne della catena del Gran Sasso, scoprendo i tholos, addentrandosi nella vallata del Voltigno, un luogo incredibile a metà strada tra tundra e palude, ricongiungendosi con Farindola”, afferma soddisfatta l’imprenditrice abruzzese, che aderisce insieme ad altri 40 operatori al distretto della Valle del Tirino, un insieme virtuoso di operatori e aziende che gestiscono e promuovono il territorio dal punto di vista turistico.

Qui il turista arriva proprio per l’integrità peculiare del territorio, e D’Anastasio, insieme ad altre undici attività di altrettanti paesi della zona, cercano di supplire alla mancanza di servizi con un’offerta integrata. Il progetto si chiama eco-itinerario e nei circuiti del turismo alternativo di montagna sta facendo parlare di sé.

“Stare nel parco del Gran Sasso è la nostra più grande opportunità, e lo dico anche quando penso ai cervi che attaccano i miei poveri ulivi – racconta Francesca, sorridendo – con la nostra azienda familiare produciamo zafferano, tartufo, olio, fieno, puntando anche su frutti secchi come nocciole, mandorle e noci. Spesso siamo preoccupati per i nostri prodotti, ma la sensazione di sentire un lupo ululare è impagabile”.

L’agricoltura e la gastronomia tipica sono punto di forza della zona. I piatti tipici sono le “sagne” con i fagioli, e le “pallocche cacio e ova”, che tradiscono un senso di vicinanza al versante opposto del Gran Sasso più forte di quel che si possa pensare.

La sorella Carrufo

Se Villa Santa Lucia trasmette il senso di tranquillità tipico del piccolo paese appenninico, la frazione Carrufo rappresenta la sua sorella minore. Anche se, come ci viene raccontato nel corso del nostro viaggio, è per certi più versi più attiva di Villa stessa.

Qui sono tre i nuclei familiari a vivere stabilmente anche in inverno (tra di loro la famiglia dell’azienda agricola Berlingeri Tartufi), ma gli emigrati tornano spesso. L’unione tra Villa e Carrufo non è scontata. La frazione, infatti, nei primi sessant’anni del Novecento faceva capo al Comune di Ofena, propendendo geograficamente più a valle.

Oggi mantiene una propria autonomia, dimostrata dalla presenza di un’attiva pro loco, ma anche da chiesa, parrocchia e cimitero differenti da quelli del paese maggiore. Tra le due comunità c’è tanta goliardia, campanilismo e un po’ di rivalità, come spesso accade tra sorelle.

Un baluardo di autonomia democratica

Nel dibattito pubblico sulle aree interne non è raro imbattersi nelle proposte basate sull’unione dei comuni, sull’unità delle comunità, sul rafforzamento delle reti. Tutto giusto, ma con un certo grado di ambiguità derivante dal luogo comune secondo il quale grazie alla sopravvivenza dei piccoli enti comunali ci sarebbe un (mai verificato) sperpero di denaro pubblico, e derivante inoltre da una (falsa) certezza: l’unità è, a prescindere, la via migliore.

Invece il fatto che esista ancora un Comune così piccolo, tutt’altro che centrale nella geografia dell’Abruzzo, è al contrario una ricchezza, perché contribuisce alla lotta all’isolamento da parte della popolazione. “Il Comune è la tua casa”, sottolinea a Vq Francesca D’Anastasio. Come biasimarla. Unire Villa Santa Lucia ad altri comuni sarebbe privare la comunità anche di uno dei pochissimi punti di riferimento rimasti: lo Stato.

Con questo non vogliamo affermare che sia giusto frammentare, dividere e parcellizzare. Sono i servizi a dover essere condivisi, anche per garantire la sostenibilità degli stessi. Non i residui di rappresentanza democratica in una terra estremamente periferica. La sensazione di sentirsi ancora più in frontiera sarebbe persino più forte.

Le foto di Ilaria Rosa

Sostieni Virtù Quotidiane

Puoi sostenere l'informazione indipendente del nostro giornale donando un contributo libero.
Cliccando su "Donazione" sosterrai gli articoli, gli approfondimenti e le inchieste dei giornalisti e delle giornaliste di Virtù Quotidiane, aiutandoci a raccontare tutti i giorni il territorio e le persone che lo abitano.