ALLO SCALCO DELL’AQUILA LA PERSONALE DI CLAUDIO MARCHIONE


L’AQUILA – Le opere di uno straordinario e poliedrico artista, l’aquilano Claudio Marchione, in un contesto inedito che lascia a bocca aperta: Lo Scalco dell’Aquila, ristorante che sta per aprire i battenti in Piazza San Pietro raccogliendo l’eredità di Delfina, che in mezzo secolo ha legato il proprio nome a quello della ristorazione di qualità.

Si inaugura domani, domenica 11 agosto alle ore 16,00, l’esposizione “L’Aquila a colori”, con le opere di Marchione a impreziosire i locali già di per sé da favola di Palazzo Porcinari, già Ciavoli-Cortelli, tornato ad antico splendore dopo un sapiente intervento di restauro.

La personale sarà aperta dalla lettura delle poesie di Palazzeschi, Lolli, Montale, Trilussa, Sanguineti, Lerici, accompagnata dalla musica dal vivo del Trio 99.

L’esposizione sarà visitabile dalle 18,00 alle 19,30 tutti i giorni fino all’inizio di settembre.

“Spesso mi sono chiesto e tutt’ora mi chiedo cosa sia arte, quella vera, con la A maiusciola. Dove sia la chiave, quella magia che trasforma un semplice momento, un intervento umano, un gesto, in qualcosa di eterno, divino”, scrive Alessio Sordini, amico di Marchione, appassionato di arte e soprattutto delle sue opere. “Quando, in una domenica pomeriggio, d’estate, ho incontrato le opere di Claudio Marchione in una mostra, fra le sue prime, non ho avuto dubbi: in quelle tele, quelle tavole, quelle macchine sceniche, tra i mille brillanti colori, le piazze piene di musica, la gente in festa, i mercati affollati, in tutto ciò che vedevo la magia era compiuta!”.

“Hanno colpito qualcosa dentro di me, innescato una frenesia che portava a guardare, osservare, sempre più da vicino, sempre più attentamente. La gioia, il sorriso ma anche insieme, quasi convulsivamente, la malinconia ed, ancora, la follia, il ritmo, la musica di quelle piazze, rappresentate fra mille colori, quelle moltitudini hanno invaso i miei occhi, la mia mente, il mio cuore!”, continua Sordini.

“Li ho subito amati i dipinti di Claudio, sino, quasi, a togliermi il fiato, la parola e, vi assicuro, togliere la parola a me non è stato mai facile. In un momento avevo ritrovato le mie strade, la mia spensierata infanzia, gli scherzi giocosi con gli amici e, poi, quei colori vividi, gli spazi dilatati, un magico insieme, dove vedevo fondersi la mia vita con la sua”.

“Appariva tutto il suo infinito amore per il teatro, la sua vita, quel rito che, a l’accendersi delle luci, trasforma il palcoscenico nel mondo tutto, un piccolo spazio che, come d’incanto, in questi funambolici dipinti, spinge lo sguado e la mente oltre i limiti del proscenio”.

“Nulla e più consono, in questo ‘Decimo Anniversario’: nei colori, nell’armonia che vi traspare, c’è tutto il suo tenero affetto per questa nostra città ferita. Ci sono i luoghi ma anche ciò che questi luoghi erano”, fa osservare Sordini. “I giovani, coloro che non sanno, non hanno mai vissuto tutto questo, potranno trovare, osservandoli col cuore, quello che è stato loro tolto: le piazzette dove era possibile ascoltare lo scorrere squillante, nei silenzi della sera, dell’acqua nelle fontane, ma anche le voci dei bambini, i richiami, a sera, delle madri, le chiacchiere degli artigiani che, a fine attività, sedevano fuori le tante botteghe, a ‘pettelare’ come comari e bere un bicchiere di vino con gli occasionali amici passati per un saluto, e le comari, loro, a sussurrare ed indagare”.

“E poi quel rispetto, quasi religioso, per questi luoghi così familiari: la capacità di rendere, di nuovo, viva la città oramai diventata ‘invisibile’, direbbe Italo Calvino, dove un vento gelido, improvviso ci ha portato via, forse per sempre, non solo i luoghi ma anche, e soprattutto, l’anima di questi luoghi, l’anima di una comunità dai mille intrecci, quella stessa che, in questi suoi dipinti, Claudio Marchione vuole renderci, quasi a salvarla, preservarla, descrivendoci, fra innumerevoli particolari, l’essenza di una città, la gioa per quel che era ed è solo ricordo e malinconia”.

“Lo sente come un dovere, lo capisco, l’amico Claudio: rendere a chi, forse ancora non c’era, i ragazzi appunto, ciò che non hanno potuto vivere, ciò che non è più, riaccender di vita quelle strade, oggi ancora ferite e spente o, peggio, rinate ma senza la loro umanità, quella bellissima città de L’Aquila, opaca di patina, polvere ed eco di passi”.

“Grazie amico”, chiosa Sordini, “nei tuoi colori c’è tutta un’umanità scomparsa da queste ‘rue e ruelle’, c’è il racconto ma anche la speranza. Grazie”.