RAPINO STRARIPANTE AL PREMIO JOHN FANTE, “IL MIO LIBORIO SAREBBE PIACIUTO A SILONE E FLAIANO…”


PESCARA -“Il mio libro sarebbe piaciuto a Silone e Flaiano, ma anche a John Fante (ma, lo dico sottovoce, anche a Pasolini). Perché sono abruzzesi, non come D’Annunzio o Croce, che a Pescasseroli c’è stato un mese quando è nato e poi se ne è andato a Napoli, perché Benedetto Croce è napoletano… D’Annunzio poi, noi scontiamo in Abruzzo questo ‘bisogno’ di creare personaggi a tutti i costi, piazze, vie, scuole. D’Annunzio abruzzese? Mah. Liborio invece è un personaggio che può stare benissimo nella Confraternita dell’Uva di Fante. Perché lui ‘scrive’ come parla, perché il suo dialetto viene da una periferia esistenziale, perché questo linguaggio dal basso serve alla costruzione di un’anima: quella di un ‘folle’ che attraversa come l’Ippolit di Dostoewskij il 900, dall’emigrazione al nord, le lotte politiche e sindacali, al ritorno a casa. E perché usa il dialettto? Beh, qui anche perché il mio è un romanzo politico in senso lato, perché le classi colte hanno abolito il linguaggio ‘basso’, perché il dialetto o quell’italiano alla Fenoglio, alla Gadda (ma anche alla Niffoi), permette a tutti di esprimere un’idea alta, non solo a chi ha una cultura, a chi ha letto un milione di libri. Certo, è un romanzo contro la globalizzazione, che si ribella, è abruzzese ma potrebbe essere piemontese o modenese. ‘Ci siamo anche noi’, grida, quel vecchio matto di Liborio, che è simbolico, che è tutti i perdenti del mondo. E che può fare l’io in queste condizioni? Può usare solo la lingua dell’anima, che è dialetto in senso intimo, e che a me è servito per dare corpo alla storia, perché sia chiaro: è più difficile trovare la storia che il linguaggio, poi è anche evidente che questa lingua di Liborio Bonfiglio serve per raccontare ‘quella’ storia senza macchiettismi o folclore. Un po’ Don Quijote un po’ Forrest Gump. E io parlo della Rivolta di Lanciano dell’ottobre 1943, quel grandioso ‘vento del sud’, della Fiom, del suo lavoro in fabbrica quando chiede al caporeparto ‘ma con tutti questi pezzi che io fabbrico, che ci fate? A chi li date?’, e di Hermes Venturi, persona che ho conosciuto da militare negli anni 70 e che nel romanzo frequenta negli anni 50 le case chiuse, ma è pura invenzione. Solo che questo Hermes ha letto il romanzo, mi ha rintracciato e mi ha supplicato di dire alla moglie, al telefono ‘diglielo tu per favore che non sono un puttaniere’. Io alla moglie gliel’ho spergiurato, ma quando mi ha ripassato il telefono mi ha chiesto quasi in ginocchio ‘per favore, vieni di persona a dirglielo, perchè non ci ha creduto'”.

Così Remo Rapino, 69 anni ieri, ex professore di filosofia di Lanciano (Chieti), star straripante, fiume in piena, irrefrenabile, tra i casi letterari dell’anno, finalista al Campiello e di altri numerosi premi letterati con il romanzo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, Minimum Fax (e svariate ristampe in corso), al Premio John Fante di Torricella Peligna stracolmo di gente in sicurezza Covid.

E una signora benvestita e compita a fine serata sfoglia il libro e legge. “E scì, noi a la casa, parleme proprio così”.

Sostieni Virtù Quotidiane

Puoi sostenere l'informazione indipendente del nostro giornale donando un contributo libero.
Cliccando su "Donazione" sosterrai gli articoli, gli approfondimenti e le inchieste dei giornalisti e delle giornaliste di Virtù Quotidiane, aiutandoci a raccontare tutti i giorni il territorio e le persone che lo abitano.


Articolo soggetto a copyright, ogni riproduzione è vietata © 2021