Cantine e vini Vinitaly 2025 24 Apr 2025 16:06

I vini vulcanici del Sud Italia, dall’Etna ai Campi Flegrei, e il coraggio di chi li produce

VERONA – Fare vino su suoli vulcanici è una scelta, non sempre comoda, soprattutto se lì la terra si fa sentire e desta qualche preoccupazione. Ma nessuno può descrivere le sfide e i vantaggi della coltivazione dell’uva in terreni vulcanici meglio dei produttori stessi.

Ciò che è certo, tuttavia, è la riconoscibilità che i vini hanno al calice e ciò che li accomuna: paesaggi lunari, vigne centenarie e suoli estremi, che regalano eleganza e longevità.

Al Vinitaly, la più importante manifestazione dedicata al mondo dei vini italiani, che si è recentemente conclusa, ci siamo soffermati sui vini da territori vulcanici del Sud Italia, dall’Etna fino ai Campi Flegrei e al Vesuvio: frutto di un’espressione identitaria che parte da terroir estremi, eroici, aspri e suggestivi.

Per la viticoltura etnea, abbiamo ascoltato le voci dei produttori Seby Costanzo (Cantine di Nessuno) e Graziano Nicosia (Tenute Nicosia). Qui, non ci sono dubbi: la viticoltura è una scelta di vita. E i vignaioli sono devoti a quella che chiamano “A’ Muntagna”.

Sull’Etna, vulcano attivo più alto d’Europa, il paesaggio è unico: colate laviche, ceppi a piede franco prefillosserici, pendenze estreme senza terrazzamenti e terrazze fino ai 1.000 metri di altitudine fanno da cornice a un terroir fatto di sabbia e lava, esposto a un’escursione termica eccezionale. Eleganza e mineralità salina sono infatti le caratteristiche che si trasferiscono alle uve, Nerello Mascalese e Carricante principalmente, rispettivamente a bacca rossa e bianca.

“L’Etna ti insegna che non sei mai tu a dominare. È la montagna che decide”, spiega Costanzo. I suoi vini, in particolare i Milice Bianco e Milice Rosso Doc Etna nati su Monte Ilice, un vigneto verticale su un cono vulcanico spento con una pendenza di oltre il 65% senza terrazzamenti, esprimono con longeva eleganza la tensione tra personalità forte e finezza del terroir, ad altitudini che toccano i 900 metri sul versante sud est a Trecastagni.

Stessa visione per Nicosia, della storica realtà etnea con i particolari vigneti su Monte Gorna e Monte San Nicolò, a Trecastagni. “Fare vino sull’Etna significa prima di tutto avere rispetto: per la natura, per la storia, per la tradizione – dice il produttore -. Qui la viticoltura non è mai stata facile, ma è sempre stata autentica”.

Salendo a “nord” in Campania, Casa Setaro è una delle voci più autentiche del territorio vesuviano. Massimo Setaro, insieme alla sua famiglia, coltiva a Trecase (Napoli), un piccolo centro all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio, sul versante sud del vulcano, quello che guarda alla penisola sorrentina e all’isola di Capri.

“I terreni sono di varia matrice: sono sabbiosi, figli di diversi eventi eruttivi, sia esplosivi, sia effusivi, che hanno regalato matrici minerali anche molto differenti da zona a zona”, spiega il produttore.

Ed infine i Campi Flegrei, una delle zone vulcaniche più attive al mondo, dove in questo momento la terra si fa sentire e desta qualche preoccupazione. Non nasconde questo sentimento Giuseppe Fortunato di Contrada Salandra. A Pozzuoli, tra Coste di Cuma, Monte Sant’Angelo e Monteruscello, è uno dei custodi più rigorosi di una viticoltura fatta di sabbie vulcaniche e vitigni a piede franco. I suoi Falanghina e Piedirosso parlano di mare e di fuoco, di sale e di cenere, in un equilibrio tutto partenopeo che sorprende chiunque li assaggi.

Assaporare i vini vulcanici, in conclusione, è l’unico modo per comprendere appieno le loro sfumature, l’eleganza, l’energia e le potenzialità di lunga vita.

 

 

 

 

Le immagini dei Campi Flegrei sono tratte da Droneviw


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