DALL’HAPPY HOUR ALL’ORA DEL PASTORE: L’AUTENTICITÀ DELLA TRATTORIA MARCOCCI INCANTA IL GRAN SASSO


L’AQUILA – Sembra un posto d’altri tempi, ma in realtà non lo è. Perché vive serenamente in questi tempi: è attuale e vitale, attraversato.

A Filetto, una delle più estreme tra le numerose frazioni del Comune dell’Aquila, poco più di 200 abitanti ai piedi del Gran Sasso e a 14 chilometri dal centro città, spunta in un vicolo il bar trattoria Marcocci. Una vera e propria istituzione da queste parti. Aperta dal 1972, ininterrottamente, se si escludono un paio di mesi dopo il terremoto del 2009.

La titolare è Rosaria Marcocci, donna vulcanica, di quelle che non le mandano mai a dire, ma al tempo stesso umile e ironica. Inibita dall’attenzione che le riserviamo, persino diffidente alle foto, ma al tempo stesso determinata come tutte le donne di montagna. Rosaria gestisce il suo locale insieme alla famiglia: lo ha ereditato dai genitori, un pastore di Filetto e sua moglie – di origine laziale – che decisero di aprire una trattoria in paese quarantasei anni fa. Forse non immaginavano, allora, di rimanere l’unica attività aperta nel paese.

Marcocci non è un posto di quelli che “vanno di moda adesso”, come sottolinea Rosaria. Di quelli che riscoprono artificiosamente i sapori antichi, e si lanciano nella ristorazione in nome del marketing della nostalgia.

È un luogo che, quei sapori, non li ha mai abbandonati. Anzi, li proponeva pure quando erano in pochi a chiederli: “Ci sono stati periodi in cui della coratella aquilana non sapevo che farmene, nessuno la mangiava”.

La titolare di questo posto magico racconta a Virtù Quotidiane la sua attività e il paese, che definisce “di frontiera”, un borgo nel quale, quando era una bambina, c’erano ancora un fabbro, un calzolaio e un mulino. “Un tipo di vita che oggi non esiste più”, dice con un pizzico di rammarico ma anche con l’assenza di rimpianti che sembra contraddistinguere il suo sguardo. Sempre proiettato avanti, sempre determinato, talvolta persino radicale.

Nella trattoria ci sono una quarantina di posti a sedere. Si mangia solo pasta fresca e fatta in casa: gnocchi, fettuccine, fregnacce, ma anche zuppe con le “taccozzelle”. E poi costatine di agnello, carne alla brace, scamorze, frittate e qualche sugo vegeteriano.

Una delle caratteristiche di Marcocci è la cucina sempre aperta: “Gli appassionati del Gran Sasso, o le guide alpine, sanno che se vengono qui alle quattro del pomeriggio e chiedono un piatto, io glielo preparo”, racconta Rosaria. Ma anche gli aquilani e i turisti – “provenienti soprattutto dalle zone di Santo Stefano di Sessanio” – frequentano il bar e la trattoria.

E capita spesso che, nei mesi invernali, in paese arrivi qualche sprovveduto e imprudente forestiero che, trovando i varchi di accesso al Gran Sasso sbarrati, si inerpichi per le tante strade sterrate della zona, rimanendo impantanato.

È anche in quel momento che Marcocci si conferma punto di riferimento vitale: “Solitamente si fanno dare un passaggio, e una volta arrivati qui chiamiamo un trattore. Sai quanti ne abbiamo tirati fuori…”, evidenzia Rosaria con un’aria apparentemente distratta.

A Filetto, un paese così periferico che spesso anche dalle stesse istituzioni aquilane viene ricordato solo il 25 aprile – i nazifascisti qui uccisero 17 persone nel giugno del 1944 – il bar della famiglia Marcocci è di fatto un servizio necessario, “quasi pubblico”. Una sorta di centro sociale: “Il giovedì siamo chiusi e qualcuno talvolta protesta – afferma la titolare con una punta di ironia – io non mi definisco una ristoratrice, ma una casalinga allargata. Non cucino, ma trasformo i nostri prodotti. La cucina della trattoria è anche la mia cucina di casa”.

Come spesso succede nei piccoli borghi dell’Appennino, il bar diventa luogo di socialità indispensabile alla sopravvivenza delle comunità, sempre più longeve, e sempre più sfiancate dall’esodo verso le città: “I giovani prima di cena fanno l’happy hour, noi abbiamo l’ora del pastore. Quando termina il lavoro, al tramonto, ci si ritrova qui. Si chiacchiera, ci si confronta”.

La nostra conversazione con Rosaria Marcocci dura quasi due ore. Nel frattempo, sono diversi i paesani che entrano. Prendono un caffè, leggono il giornale, dicono la loro sul paese, il rapporto con L’Aquila, il mancato sviluppo del Gran Sasso. Sembrano tutti vicini di casa di quella che sembra una casa dell’intera comunità.

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