SERRAMONACESCA: SANT’ONOFRIO E SAN LIBERATORE, TESORI UNICI E RARI NEL CUORE DELLA MAIELLA


SERRAMONASCESCA – Nel Parco nazionale della Maiella, in provincia di Pescara, dopo aver superato Scafa e poi Manoppello, nei pressi del fiume Alento, con poco più di seicento abitanti, incontriamo Serramonacesca. La vista spazia sui contrafforti di Castel Menardo e sui paesi che con le loro case sembrano disegnare la valle sottostante protetta dalla Maiella.

Abbandoniamo la macchina per proseguire il nostro viaggio a piedi. Scalini di roccia ci invitano a salire su un irto sentiero, all’interno di una natura selvaggia e incontaminata.

Dopo l’ennesimo tornante, quando la fatica sembra aver preso tutte le nostre forze residue, quasi nascosto da piante e arbusti, ecco apparire l’Eremo di Sant’Onofrio, un luogo di preghiera e meditazione, ricavato in parte dalle cavità naturali della roccia.

Un posto dove trovare raccoglimento e riparo, la cui costruzione viene fatta risalire al periodo compreso tra l’XI e il XIV secolo. L’interno della “grotta”, minuto ed essenziale, mostra sull’altare la statua di Onofrio, coperta solo dalla sua lunghissima barba e dai capelli. Tra cunicoli e grotte, in un angolo umido e buio, scorgiamo “la culla” del Santo. Quello che i fedeli ritengono sia stato il punto dove Onofrio, disteso sulla viva pietra, riposava. Qui i pellegrini dei paesi vicini si sdraiano per curare, secondo tradizione e credenza popolare, mal di pancia e stati febbrili. Fuori il silenzio. Ascoltiamo impalpabile e lento solo lo scorrere dell’acqua. Tutto fa pensare alla presenza del Santo, al suo passaggio terreno, testimoniato dalle impronte rimaste impresse sulla roccia.

Ma la sorpresa più grande deve ancora essere vissuta. Molto più in là e fuori dall’abitato di “Serra”, infatti, ammiriamo l’Abbazia di San Liberatore a Majella. La facciata sobria ed elegante, il campanile quadrato, l’interno austero con un pavimento unico e ricco di motivi ornamentali. Uno dei più importanti esempi di stile romanico in Abruzzo, tra grotte ed anfratti, disegnati dalla natura, il fitto fogliame delle piante e lo scorrere dell’Alento.

Prime notizie della sua esistenza si hanno sul finire del IX secolo, quando la chiesa compare nell’inventario dei beni dell’ordine benedettino. Quello che oggi possiamo ammirare è il frutto di diversi lavori di rifacimento e restauro. Tra i più importanti figurano quelli realizzati nell’anno mille per volere dell’abate Desiderio, quelli del tardo cinquecento e poi recentemente, sul finire del 1950 e l’inizio degli anni ‘70, i lavori che hanno portato l’abbazia all’aspetto attuale.

Il suo interno a tre navate è scandito da archi e pilastri con motivi ornamentali classici e bizantini, le absidi, il soffitto a capriate lignee della navata centrale, quello che resta di un ambone del XII secolo, uno dei più significativi esempi di scultura medioevale abruzzese. E poi lo splendido pavimento a mosaico con disegni geometrici, risalente al 1275, testimonianza dell’arte bizantina in questa parte della regione e i resti di affreschi duecenteschi che raffigurano scene della storia della chiesa, condensati in gran parte nell’abside centrale.

Nella navata di destra, pitture del cinquecento con marcate influenze lombardo-venete. Opere, incisioni, presenze conservate in questo unico, meraviglioso scrigno. Gioielli d’arte pensati e realizzati per creare stupore, estasi, meraviglia. Fuori dalla chiesa, un sentiero ci conduce fino al fiume, a pochi significativi resti di quello che doveva essere un luogo di sepoltura per eremiti. È il luogo di San Giovanni o “San Giuannelle”, come viene chiamato da tutti gli abitanti dei paesi vicini.

Notiamo, poi, la Torre di Polegra. Vigile sentinella affacciata su uno strapiombo roccioso e in paese, sul sagrato della chiesa parrocchiale, una scultura medioevale raffigurante il leone: un simbolo di forza e tenacia, come forte, tenace e operosa è la gente di questa parte d’Abruzzo.

*giornalista Rai e scrittore

LE FOTO (dal web)

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