CADE OGNI TABÙ E L’ARTE RENDE HOTEL E UFFICI “GALLERIE DIFFUSE” PER PARLARE A TUTTI


L’AQUILA – Quando parliamo di “galleria diffusa” pensiamo ad opere d’arte che escono fuori da quei luoghi che da sempre sono stati deputati a ospitarle, così ci vengono in mente i quadri nella hall dell’albergo in cui abbiamo trascorso le vacanze lo scorso anno, le tele di quell’ufficio in cui abbiamo fatto il nostro appuntamento la scorsa settimana, le fotografie sulle pareti della stanza di quell’hotel in cui siamo stati per lavoro prima dell’inizio del lockdown e la scultura in quell’azienda che abbiamo visitato proprio ieri. Ecco questo è ciò che intendiamo quando parliamo di “gallerie diffuse”.

Oggi l’arte, che già da qualche anno abita le strade delle città o i ponteggi di un palazzo in ricostruzione nel cantiere più grande d’Europa, entra sempre più frequentemente negli interni di edifici pubblici e privati con collezioni permanenti o temporanee, divenendo uno strumento per catturare più generazioni, per parlare a tutti. Aprendo le proprie porte, questi spazi rendono il consumo di arte più immediato, aggiungono valore all’ambiente di lavoro, creano momenti di aggregazione ed emozione.

“L’arte esce fuori dai suoi luoghi soliti per necessità, perché la galleria è diventata stretta, troppo piccola per poter raggiungere le persone e parlare con loro – dice la presidente dell’Associazione Amici dei Musei d’Abruzzo, Germana Galli – . Il risvolto sociale dell’arte mai come adesso è attento a dare spazio alle problematiche sociali di uomini e donne e si scrolla così di dosso quella funzione puramente estetica”.

Oppure di rappresentanza, perché ora l’arte in banca, in ufficio, in azienda non è più rappresentata solo da mezzi busti che riproducono un fondatore o un presidente, così come non è più soltanto un paesaggio di olio su tela dietro una scrivania direzionale, ma assume un ruolo tutto nuovo per creare identità, rafforzare il senso di appartenenza dei dipendenti, migliorare il clima aziendale, stimolare performance e creatività di chi in quelle stanze lavora ogni giorno. Si chiama “Art at Work”.

Poi c’è l’arte che incontra l’ospitalità. Nascono qui gli “art hotel”, un trend sempre più diffuso anche in Italia (solo per citarne un paio il Gallery Hotel Art di Firenze e l’Alexander Museum Palace Hotel di Pesaro, dichiarato “Opera non trasportabile” alla Biennale di Venezia del 2011): alberghi per chi ama l’arte moderna e contemporanea, dove le hall diventano vere gallerie e le stanze vengono arredate con pezzi unici per stimolare l’ospite con emozioni tattili e visive, tra arredi, design, tele, fotografie e sculture.

Ed è proprio così che cadono i tabù che hanno sempre accompagnato gallerie e musei e si fa strada una nuova forma di educazione artistica e una nuova diffusione più contemporanee, che ora passano per luoghi non convenzionali, perché lo spazio possa creare nuovi stimoli e l’arte favorire la capacità degli ambienti di dialogare con chi li vive.

Infatti, sculture, quadri e installazioni ormai connotano l’interior design di ambienti collettivi e di lavoro e, in pieno stile di share economy, permettono di condividere non solo spazi, ma anche cultura in un incontro quotidiano con tanti frequentatori.

“Il risvolto negativo di questa tendenza a far esporre tutti sta nel fatto che non esista più un filtro – sottolinea Galli – . Come Amici dei Musei sosteniamo un bacino di grafiche d’autore, realizzate da artisti noti che fanno riferimento alla Edizioni Tipertì, che opera nel settore dell’arte contemporanea. Per noi questo è un marchio di qualità, è uno dei modi che abbiamo per rendere l’arte fruibile e disponibile”.

Ma questi spazi “diversi” possono diventare anche uno dei veicoli per promuovere e far conoscere giovani artisti o forme di espressione nuove, “certamente per i giovani può essere una grande occasione, ma è piuttosto facile che si creino speranze che poi il mondo dell’arte stesso deluderà, perché lo sappiamo non sempre dà spazio a tutti. Pensiamo alla ‘street art’ – conclude Galli – , parte da un disagio dei giovani che sono tagliati fuori dal mondo dell’arte inteso in senso stretto e scelgono di rubare spazio per esprimere i propri sentimenti. Ma la profondità di Banksy non ce l’hanno in tanti, i contenuti sociali che lui disegna esprimono una difesa dei diritti, invece spesso ciò che disegnano questi giovani artisti degenera in una semplice decorazione di un muro messo a disposizione da un Comune”. (red.)

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