CITTÀ, TERRITORI E COLLEGAMENTI: (S)NODI DA SCIOGLIERE


L’AQUILA – Si sta discutendo in città e in regione sui collegamenti che le città capoluogo devono sviluppare sulla Capitale. Ma anzitutto: devono o vogliono? E inoltre: collegamenti sulla capitale o piuttosto con l’Italia e l’Europa?

Anche su questo tema, quello dei collegamenti, vale la pena riprendere la riflessione fatta qualche settimana fa sul progetto per piazza Regina Margherita: è utile ridurre la discussione manifestando (legittimamente) le proprie preferenze per un progetto o per un altro? Sebbene questa sia la modalità di discussione più immediata e di semplice ingaggio, ci riporta indietro, ossia ci porta ad un riduzionismo fra bianco e nero, fra ciò che ci sembra giusto e ciò che ci sembra sbagliato, ci riporta alla modalità della tifoseria, ci allontana dallo scenario complessivo e complesso.

Andrebbe anche bene, se il tema si potesse ridurre così in fretta fra due scelte. Il problema è che non siamo ancora pronti, cioè non si è ancora arrivati ad un punto così avanzato e cioè a poter scegliere fra due opzioni. Non siamo ad un bivio: mancano tutti i passaggi preliminari necessari a determinare, letteralmente, quale strada prendere.

Una nota di metodo: nel momento in cui vedo delle risorse ricadere su un territorio che non è il mio, mi agito come se vivessi un sopruso, ossia non come se vedessi risorse spese su una parte del territorio, ma a danno del mio. Ma questo meccanismo si confonde e confonde la bontà dei progetti svilendone la dignità del lavoro. Inquina insomma il dibattito costruendo posizioni di pseudo-tutela, disfunzionali e tossiche per la sfera pubblica: le comunità non hanno più a disposizioni le informazioni e gli strumenti di discernimento veritieri.

E da qui scaturisce il conflitto. Ora, il conflitto è spesso un fenomeno inevitabile nei processi che coinvolgono urbanità e territori, ma il conflitto deve essere sempre controllato e condotto ad una soluzione, affinché sia generativo e non distruttivo. Occorre quindi richiamare alle proprie responsabilità la politica, o meglio sarebbe dire, i politici e gli amministratori locali: non è accettabile che si ritorni indietro di 50 anni, a quei moti che funestarono L’Aquila e l’Abruzzo. Non è sostenibile per nessun territorio subire gli effetti di un conflitto alimentato e non controllato. Possiamo scegliere se essere gli artefici di un futuro sostenibile comune oppure se essere come i quattro capponi di Renzo. Facciamo un esame di realtà: è davvero così? Magari si potrebbe andare a cercare e chiedere le risorse utili anche per il mio territorio.

Quale che sia la progettualità territoriale, non si va da nessuna parte (letteralmente) se non si entra nell’ordine di idee che progettualità territoriale vuol dire tradurre in infrastrutture le alleanze territoriali. E ecco che torniamo all’inizio: se vogliamo collegarci all’Italia e all’Europa, vogliamo anche scegliere con chi farlo. Infrastrutture così poderose non possono che soddisfare altrettanto poderosi bisogni, ossia domanda di servizi strategici che le comunità mettono insieme. E tutto questo non lo fa un territorio da solo, né uno per volta.

Insomma, il tema è che in Abruzzo manca un progetto comune che dobbiamo portare avanti insieme, perché insieme siamo più forti. In Abruzzo manca un progetto di territorio: prima si ha chiaro in mente (e sulle carte) di quale progetto di territorio vogliamo discutere, poi discutiamo delle sue parti. Non l’inverso.

I temi di “Regione Cerniera” sul corridoio paneuropeo Lisbona-Kiev e di “Territorio Snodo” sono la cornice entro cui muovere qualsiasi ragionamento per l’Abruzzo. Se L’Aquila intende sviluppare e potenziare i propri collegamenti con l’Italia e l’Europa può e vuole farlo se e solo se sceglie di diventare Città Snodo nel centro Italia: da un lato l’alleanza territoriale con la Marsica, il Carsolano e la Valle Peligna; dall’altro l’alleanza territoriale con la Sabina, il Teramano ed il Piceno. L’infrastruttura che traduce in progetti sul territorio questa visione sostenibile e lungimirante, è un’infrastruttura polifonica: non solo il ferro, ma anche la gomma, il mare e l’aria. Per farlo bisogna essere in tanti, tanti territori che pensano insieme il proprio territorio da qui ai prossimi 40 o 50 anni. Quirino Crosta

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