REMO D’ABRIZIO E IL SUO EMPORIO, IL PRESIDIO DI MEMORIA DI SAN BENEDETTO IN PERILLIS


SAN BENEDETTO IN PERILLIS – Mentre ci riempiamo la bocca di neoruralità, di ritorno della vita nei borghi e sogniamo una soluzione “facile” per salvaguardare quello che a tutti gli effetti è un pezzo del nostro cuore, l’entroterra, le cosiddette aree interne, il presidio di quegli stessi luoghi è affidato a uomini e donne pratici, risoluti, persone che hanno fatto dell’arte dell’arrangiarsi, dell’inventiva anche, una ragione di vita e un modo per affrontare la vita.

Così un barista, un allevatore, un agricoltore prendono a incarnare qualcosa in più di ciò che sono, qualcosa in più di ciò che sentono di essere: folli, resilienti, disperati, guardiani; quando invece dovrebbero essere solo cittadini e lavoratori.

Remo, titolare dell’emporio di San Benedetto in Perillis (L’Aquila), è il custode della storia del paese dal Dopoguerra a oggi. All’età di 81 anni si ostina a tenere aperto il suo alimentari perché, lui dice, svolge “un servizio sociale”. Ma dove inizia e dove finisce la narrazione poetica? Dove la dura realtà? Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui la scorsa estate: ecco il resoconto.

Una cinquantina di abitanti ha San Benedetto nei mesi lontani dall’estate: come un condominio. Un condominio, però, dove tutti si conoscono, dove vicinanza è comunità. C’è il bar di Luciano, c’è il resort Charme in Perillis, ci sono le Poste e c’è, appunto, Remo con il suo emporio, dove mi accompagna Paolo Fiorucci, Il Libraio di Notte di Popoli, che da un anno si è trasferito nel borgo che domina la conca peligna.

Siamo in via Roma 1 e, se non fosse per i simboli dei Sali e Tabacchi e della cornetta telefonica, null’altro m’indicherebbe la presenza dell’Alimentari D’Abrizio. La licenza di vendita n. 1741 dell’Imposta di fabbricazione degli spiriti recita anno 1966, ma Remo si destreggia tra gli scaffali da molto, molto prima: era il 1945 quando, ad appena 5 anni, inizia ad aiutare suo padre.

Suo padre, Remo, l’ha conosciuto proprio alla fine della guerra, quando tornò a casa con i postumi di una grave ferita. Tra la coltivazione delle terre e l’emporio la famiglia però se la cava bene, anche grazie all’aiuto dei tre figlioletti.

Le cose cambiano con l’aggravarsi della salute del padre e con l’incendio, dovuto a un corto circuito, che nel 1954 ha rischiato di distruggere il negozio e la casa al piano superiore. Remo ha 14 anni e da allora, in pratica, si mette a gestire l’attività in prima persona.

La licenza passerà a suo nome proprio nel 1966, dopo la scomparsa del padre avvenuta l’anno precedente.

Dopo 76 anni di lavoro, Remo resiste ancora dietro il suo bancone. Certo le mani tremano un po’ e la sua voce pacata è poco più che un flebile bisbiglio, ma a fargli compagnia c’è una vecchia radiolina, da cui lui dice di aver imparato tutto ciò che non ha potuto apprendere a scuola, e ci sono i clienti, paesani o persone di passaggio, con cui Remo ama parlare, “e non sparlare”, poiché la riservatezza e il rispetto sono le regole fondamentali da osservare in un piccolo paese.

Della medaglia che avrebbe dovuto ricevere nel 2016 per i 50 anni di attività lui poco si cura, non l’ha ritirata. A importargli è offrire un servizio e tirare avanti qualche altro anno, perché “se chiudo, poi che faccio?”, dice con un velo di malinconia.

Ma Remo non è e non è stato solo il gestore di un emporio. Oltre alla licenza per la vendita dei tabacchi, aveva anche quella da edicolante e da tassista, con cui andava a prendere persone fino a Roma. L’alimentari, poi, in passato è stato anche un circolo, con un biliardino e il primo videogioco di Space Invaders. I rifornimenti, come anche la spesa per i paesani più anziani, continua a farseli tuttora da solo, andando a Popoli con suo Ducato prima serie del 1981.

La forza che fa andare avanti Remo è proprio l’amore per il lavoro, qualsiasi tipo di lavoro, perché per lui ogni attività utile agli altri è nobile. E una soluzione si trova sempre, come quando gli si chiede se ha un prodotto un po’ più particolare in negozio e lui risponde: “qualcosa c’è”.

Alla domanda sul futuro dell’emporio, Remo dice di temere che l’attività finisca con lui, mentre se gli si chiede del destino di San Benedetto in Perillis per lui la risposta è scontata: “bisogna muoversi, bisogna darsi da fare”; come a dire che solo con il lavoro e il sacrificio è possibile far invertire rotta alle aree interne. E forse, dall’alto della sua esperienza, nelle flebili e genuine parole di Remo D’Abrizio “qualcosa” di vero, in fondo, “c’è”.

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