LO SVILUPPO URBANO CONTEMPORANEO E LA GESTIONE DEI BENI PUBBLICI TRA CULTURA E AMBIENTE


L’AQUILA – A proposito del nuovo rapporto che abbiamo ripreso con gli spazi urbani e naturali, in gran parte conseguenza della pandemia, proviamo a riprendere il filo da dove ci eravamo lasciati qualche settimana fa.

Quale reinterpretazione possibile siamo in grado di generare durante il vuoto (fertile) che abbiamo lasciato non frequentando strade, piazze, parchi, etc…? Come integriamo i diritti fondamentali, civili e sociali, ambientali e culturali nei nuovi modelli sociali e nei nuovi sistemi di sviluppo urbano? Oltre le tautologie e le auto-mitologie del vivere bene e meglio nei piccoli centri, nelle aree protette, nelle periferie urbanisticamente riqualificate, è interessante riflettere su cosa ci occorra oggi per vivere meglio negli insediamenti che continueremo ad occupare anche domani.

Con l’ottimismo della volontà, proviamo a rileggere il modello di sviluppo urbano contemporaneo, immaginando di sostituirlo con un modello di progresso urbano e sociale ed un nuovo modello socio-culturale.

Sappiamo già come entrambi siano profondamente legati e sappiamo anche come ormai siano reciprocamente inadeguati ad affrontare le nuove esigenze e le nuove emergenze, basati così come sono sull’individualismo, sulla produzione e la conservazione del capitale, sul raggiungimento di un benessere individuale, piuttosto che del benessere sociale. E una città che voglia aspirare a dirsi “nuova e pubblica” non può rinunciare all’elaborazione di nuovo modello culturale e sociale per poi costruire un modello di progresso in armonico rapporto con l’ambiente.

L’articolo 9 della Costituzione Italiana ci dice: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica (cfr. artt. 33 34). Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Proviamo allora a riprendere tre concetti fondamentali sulla gestione ed il governo di una particolare categoria di beni pubblici, quelli culturali e ambientali: tutela, gestione, fruizione.

Ora, come si fa quando vogliamo imparare nuovi termini ricorrendo alla vecchia maniera, ho voluto consultare un Dizionario. A proposito di tutela, il Dizionario ci dice che si tratta di una funzione protettiva, di salvaguardia per il mantenimento e regolare godimento di un bene, da parte di un individuo o di una collettività; a proposito di conservazione, si tratta di tenere una cosa in modo che duri a lungo e che non si guasti; infine, a proposito di valorizzazione, ci dice che riguarda il fatto di mettere in valore.

Ricorriamo ad un altro riferimento e cioè la definizione che del restauro ha elaborato Cesare Brandi nella sua Teoria del Restauro: egli afferma che il restauro è “il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della trasmissione al futuro”.

E allora, se vogliamo avere cura del patrimonio culturale, quale esso sia (cfr. definizione contenuta nel Codice dei Beni Culturali, DL 42/2004), se vogliamo intendere coerentemente il valore di memoria e civiltà da esso rappresentato, le operazioni di tutela, conservazione e valorizzazione necessitano di una gestione che ne sappia organizzare la fruizione avendo come priorità la trasmissione al futuro. Ed il riconoscimento di valore da parte della comunità genera quella consapevolezza di fruizione responsabile, che non vuol dire svago e sollazzo, bensì conoscenza e tutela.

Dato l’attuale ordinamento giuridico italiano in tema di beni culturali proviamo a ragionare su un ulteriore concetto: la separazione tra tutela, che spetta allo Stato, e la valorizzazione, che spetta agli Enti Locali.

Come ricomporre la scissione tra tutela e valorizzazione e rielaborare la centralità della fruizione? Questo dilemma grava tanto nelle grandi urbanità che nei piccoli centri, e ancor più sul patrimonio diffuso delle aree interne.

Occorre rigenerare una politica sui territori che sappia interpretare le fragilità e le istanze dei luoghi e che non solo sappia come fare le cose ma che conosca anche le cose da fare. Ciò è possibile solo attraverso un governo partecipato, che ponga al centro di ogni azione di piano lo spazio pubblico. Quirino Crosta

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