PALAZZO ARDINGHELLI: UN SISTEMA POSSIBILE DI SPAZI PUBBLICI


L’AQUILA – Notizia di pochi giorni fa è la conclusione dei lavori di restauro di Palazzo Ardighelli, che diventerà sede museale per la Fondazione Maxxi, in Piazza Santa Maria Paganica. Sul sito, si legge che la sede sarà “un laboratorio dedicato alla produzione artistica e culturale aperto al territorio e alle sue energie”.

Sulle pagine di alcuni quotidiani on line, Giovanna Melandri, presidente della Fondazione, scrive: “Il Maxxi è ‘un hub della cultura, crocevia di incontri e attività con le eccellenze scientifiche e culturali della città’, come l’Accademia di Belle Arti, l’Università, il Gran Sasso Science Institute”.

Lo scorso 5 settembre leggiamo una notizia ancor più significativa per la città. Viene rilasciata dall’architetto funzionario della soprintendenza aquilana Franco De Vitis: “Il cortile che attraversa l’edificio, collega Piazza Santa Maria Paganica e Via Garibaldi: da qui l’idea di trasformare la corte interna in uno spazio pubblico, aperto alla città”.

La scelta trasforma in realtà urbana l’intuizione di aprire alla città e al territorio il museo: nuovi spazi pubblici, nuovi luoghi, nuovi servizi, nuove dimensioni ed evidenti innovazioni. Il cortile non sembra rivestire solo il ruolo di connettivo fra due spazi pubblici complessi e difficili, ma diventa uno spazio pubblico autonomo, anzi, inedito ed innovativo nel paesaggio urbano che attraverseremo.

Da un lato una strada, ancora carrabile, iperfruita da pedoni; dall’altro una delle piazze più antiche della città medievale, ancora tragicamente mancante del suo edificio dominante, la chiesa capo-quarto di Santa Maria Paganica. Ognuno di questi spazi sviluppa due temi bollenti ed urgenti per la città: pedonalizzazione del centro storico e restauro di Santa Maria Paganica. Sarà interessante tornare su questa discussione, per approfondire almeno un paio di aspetti fondamentali e provare a dare un contributo sul tema. Non sembra trovar traccia in città di un dibattito diffuso, maturo, approfondito, ferrato su certi argomenti; il dibattito culturale in città sembra destare in generale poco interesse, salvo talvolta insinuarsi fra le tragiche pieghe casual di estemporanei salotti social.

Ma torniamo al Maxxi e al nuovo spazio pubblico: l’aspettativa che si genera da una tale notizia è altissima, perchè le conseguenze sono eccezionali. Non solo avere un nuovo spazio pubblico, ma averne uno che ne collega due assai problematici e averne disponibilità di piazza, ma che piazza non è. Un’ottima idea. Davvero.

Ora, abbiamo letto diffusamente del restauro e della storia dell’edificio: è proprio da queste informazioni che scaturisce la rilevanza inedita di questa trasformazione architettonica che diventa mutazione urbana. L’innovazione, di cui tocca rendersi coscienti e consapevoli quam primum, si rifletterà anche sul nostro modo di vivere la città e quel sistema di spazi, perché è dalla generazione di luoghi e di nuove opportunità di relazione che la città riprenderà il suo cammino.

Il sistema degli spazi pubblici rappresenta quella matrice del piano sulla quale si imposta la città pubblica contemporanea: dateci nuovi spazi, con dotazioni e prestazioni inedite e ci darete modo di ricostruire la città, a partire da quelle reti di prossimità fondamentali per ricomporre la crisi sociale ed urbana post sisma.

Lo spazio pubblico storico non è soltanto uno spazio in cui si svolge il racconto di un paesaggio urbano: è esso stesso parte del patrimonio e oggetto di esperienza estetico percettiva. In altre parole il concetto di conservazione, che appare insito e permeante, incontro l’atteggiamento inclusivo nei confronti delle istanze comuni e collettive. Questo nuovo rapporto porta con sé prospettive assai positive.

Consideriamo tre livelli possibili di Conservazione (Poulios, 2014): ‘material-based’, concetto conservativo classico, fondato sulla conservazione materica del bene; ‘values-based’, fondato sui valori che la società, composta da vari gruppi di stakeholder, attribuisce al patrimonio”; ‘living heritage’ fondato sulla continuità fra funzione originaria (ossia lo scopo per il quale il bene era stato realizzato) e comunità. Quest’ultimo approccio genera un legame, una legatura della comunità col bene; da cui discendono la continuità della cura della comunità (espressa attraverso la conoscenza storica e tradizionale), i sistemi di gestione e le pratiche di manutenzione. Quirino Crosta

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