“NEI PEGGIORI BAR DELL’AQUILA”, COI COCKTAIL DEL MANHATTAN ANCHE GLI INSOSPETTABILI…CANTANO

L’AQUILA – “La prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club. La seconda regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club”.

Perché è proprio quello il punto. Davanti alla consolle del “mastro karaoke” vedi passare chiunque. Di giorno rispettabili professionisti e di notte frequentatori dei locali più disparati. Non sai mai con chi hai a che fare. Il viaggio di Virtù Quotidiane nel circuito dei “peggiori bar”, quelli pieni di gente che sa fare a meno della zona di confort, è partito alla Tana del luppolo, per poi proseguire al bar Battistelli.

La terza tappa è il Manhattan. Tutti luoghi parecchio karaokeschi, se capiti nella serata giusta.

Anche al Manhattan, infatti, ci si diverte con le canzoni a squarciagola cantando come-se-non-ci-fosse-un-domani, ma il karaoke è offerto in un mix che non prescinde dai balli latinoamericani.

D’altra parte, la specialità della nuova gestione sono i cocktail.

Il nome del locale non mente: anche se è un’eredità degli anni passati. Il Manhattan è un cocktail a base di whisky ed è un drink classico, per farlo te la cavi con poco.

Secondo una leggenda metropolitana, fu inventato durante un banchetto al Manhattan club di New York nel 1874 grazie a Jennie Jerome (ossia Lady Randolph Churchill, madre di Winston Churchill) che, con il supporto di Iain Marshall, amava preparare distillati per i propri ospiti.

Un po’ di ghiaccio, due gocce di angostura, whisky e vermouth rosso ed è fatta. Il tocco di classe lo fa la ciliegina al maraschino. Ma questa è un’altra storia.

La posizione del Manhattan, a ridosso del Progetto C.a.s.e. di Coppito 3, sulla strada che volge verso Preturo, apre a spaccati di vita che mai ti aspetti.

Una Mercedes dai colori improbabili che imbocca una rotatoria al rovescio, un branco di cani in fila (non una fila indiana, ma quantomeno questi randagi procedono ben più ordinati dei ciclisti da granfondo con le divise brandizzate), un anziano operaio bulgaro che invoca un passaggio per tornare a Colle di Preturo dopo una visita all’ospedale, perché l’ultimo autobus è bello che andato.

Dentro al locale la serata è già partita.

Non solo il karaoke di Mario ed Elvira, ma anche il compleanno di Savi e Mani (almeno così c’è scritto sulla torta).

Ad accogliere gli avventori delle 22 c’è la ballata A mano a mano di Rino Gaetano (ma la versione originale è di Riccardo Cocciante), particolarmente gettonata nei karaoke del regno italico.

Le parole scorrono sullo schermo mentre un gruppo di appassionate quaranta-cinquantenni prova a cantarla senza offuscare la memoria del cantautore crotonese.

Ancora un altro paio di canzoni ed ecco che c’è spazio ai latinoamericani.

Savi e Mani, con i loro rispettivi fan club, prendono possesso della pista: è il momento di Mueve la colita.

Gli occhi sono sulla fascia e la corona dei festeggiati, ma la testa e il cuore sono proiettati sulle ottiche di Sorrentino, su quel respiro di sublime che apre La grande bellezza: la carrellata all’indietro su Mueve la colita è il raccordo di bello (il gesto tecnico) e terribile (l’umanità filmata).

E poi appare lui, Jep Gambardella, anche lui in procinto di spegnere le candeline a ricordarci che, qualche volta, “alla fessa” c’è chi preferisce “l’odore delle case dei vecchi”.

Il sabato poi è tutto un programma: con dj Ismo si balla il reggaeton, lo stile miscela musica giamaicana con influenze del reggae e del dancehall, con ritmi latini come La bomba e La plena, e sonorità tipiche della musica Hip hop.

Salvo poi, assecondare il romanticismo della sala e scivolare su una Bailando di Enrique Iglesias. A quel punto della serata, avere davanti agli occhi la persona giusta aiuta.

 

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