A FONTECCHIO L’ANTICO FASCINO DEL BARATTO CON LA SCOMMESSA DI JULIAN, JESSICA E ANTONELLA


FONTECCHIO – Nel cuore di Fontecchio (L’Aquila), esattamente nella sua splendida Piazza del Popolo, sta per riaprire un’attività che non è un semplice negozio, ma un posto per l’anima, un luogo dove ascoltare, odorare, imparare, crescere e usare le mani.

Venerdì 21 febbraio dalle ore 18 riaprirà infatti la bottega “I campi di mais” di Antonella Marinelli, una donna che ha deciso qualche anno fa di lasciare il suo lavoro da impiegata e aprire quel cassetto ideale dove aveva lasciato giacere il suo sogno, quello che oggi prende forma da intrecci particolari di fili colorati, la lana.

E proprio come la sua piazza, come l’acqua e la fontana medievale a cui Fontecchio deve il suo nome, che accolgono ogni visitatore in un abbraccio artistico, così gli intrecci dei fili di Antonella avvolgono e scaldano le persone, in una dolce stretta che sa di un passato antico e di storie da raccontare.

Antonella accoglie Virtù Quotidiane con un entusiasmo quasi fanciullesco, ha studiato e scoperto tanto in biblioteca, dove ha passato intere giornate ad assorbire parole e tecniche e il cui ricordo la riporta a quegli stessi profumi di polvere e pagine ingiallite dal tempo.

“Quello del lavoro a maglia è un hobby che ho sempre portato avanti con mia mamma e mia nonna ma poi ho deciso di trasformare questa passione in qualcosa di più”, spiega Antonella. “Mi sono buttata da un aereo in volo senza paracadute e questo mi ha fatto incontrare tante donne che hanno cambiato la loro vita da un giorno all’altro per inseguire i loro sogni”.

La lana, quella della transumanza Patrimonio Immateriale dell’Umanità per l’Unesco, quella senza la quale L’Aquila non sarebbe la città che conosciamo oggi, quello stesso tessuto, un semplice filo che racchiude l’intera storia abruzzese, una cultura secolare che coinvolge persone, luoghi, cibo.

“I fili che non sono più quelli di una volta”, continua Antonella, “perché il foraggio che mangiano le pecore non è uguale a quello di qualche decennio fa. La lana non pizzica più”, dice sorridendo, “perché le nostre pecore, le gentili di puglia, fanno lana merinizzata, ottima per la filatura”.

Stessa cosa per le tecniche, Antonella racconta che “l’evoluzione in questo campo continua ad essere enorme, il lavoro è molto più dinamico di un tempo e all’estero tutto questo viene valorizzato come in Italia purtroppo non riusciamo ancora a fare. Queste nuove tecniche sono addirittura usate per la riabilitazione delle donne operate di tumore al seno”.

E infatti, la magia dei lavori manuali è proprio questa, restituiscono ad ognuno il proprio tempo, facendolo vivere nel presente.

La lana sì, acquistata da realtà specifiche e di nicchia proprio per non lasciare nulla al caso, ma anche il lino, la seta, le fusioni tra filati e le tinture a mano e al naturale tra cui spiccano quella fatta con il Montepulciano e quella ricavata dal legno di campeggio, un arbusto dell’America centrale.

Da Ovindoli, dove Antonella teneva la sua bottega all’inizio fino a Fontecchio, nei locali dell’associazione Pico Fonticulano, sotto la torre dell’orologio che però ha dovuto lasciare perché stanno per iniziare i lavori di ristrutturazione dello storico Palazzo Muzi, attaccato alla torre.

Ma da Fontecchio Antonella non voleva andare via.

Ed ecco che poche parole scambiate con il fotografo e filmaker Julian Civiero hanno risolto la situazione, lui che, italo-inglese, da anni ha deciso di fare di Fontecchio la sua casa facendosi ambasciatore dell’antica cultura dei borghi aquilani con i suoi documentari esportandone peculiarità e verità nel mondo.

È di Julian e di sua moglie Jessica Civiero Turner lo spazio in cui Antonella lavorerà, esponendo i suoi lavori e tenendo i suoi laboratori, un luogo non casuale che, allo stesso modo della lana, racconta il passato di Fontecchio e dei paesi che lo circondano. In quel locale, dopo l’Unità d’Italia e fino al 1963, aprirono le Poste e Telegrafi. Jessica ha addirittura scovato e comperato due lettere su eBay arrivate in Argentina, datate 1892-93 e timbrate proprio dalle Poste di Fontecchio.

Ancora oggi si possono vedere la vecchia cassaforte murata e i buchi da cui passavano i fili del telegrafo mentre gli anziani rimasti raccontano di Don Peppe La Posta, affascinante figura tra l’azzeccagarbugli di manzoniana memoria e il benefattore del paese che dava una mano a tutti gestendo i soldi dell’intera comunità.

Con un primo nucleo che risale al XV secolo e ristrutturata nel 2016 insieme a tutto il resto dell’abitazione, nell’ultimo periodo la vecchia posta ha ospitato l’artista statunitense Todd Thomas Brown, in una sorta di accordo per cui sono stati barattati un posto letto per lezioni di arte per Lula, la figlia di Julian e Jessica.

“Questo spazio”, racconta Julian, “non è solo una bottega. Anche in questo caso è un baratto tra noi e Antonella che, oltre a vendere i suoi prodotti artigianali e a tenere laboratori, garantirà il presidio della piazza esponendo e vendendo in cambio prodotti tipici, le cartoline e le fotografie di Fontecchio da me realizzate e i quadri di Todd. La piazza di Fontecchio è una porta aperta a tutti, è un luogo di condivisione che abbiamo visto morire quando nel 2015 ha chiuso lo storico bar di Emilio e Mimina, una cosa terribile per chi, come noi, vive qui. La nostra piazza era l’unico posto che creava storie e si stava trasformando in un parcheggio per i mezzi della ricostruzione”.

Proprio come ogni filo ricavato da una singola pianta ha una sua storia da raccontare, anche Julian, Jessica e Antonella, come dei cantastorie, vogliono “educare al fatto che dal passato ci è stato consegnato un tesoro da custodire che, se non tramandiamo noi, ultimi eredi di una cultura millenaria, nessun altro potrà più farlo”. Poco importa se su quella terra ci si è nati o se sia divenuta patria d’elezione. Luisa Di Fabio

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