COME COMBATTERE LO SPOPOLAMENTO DELL’ABRUZZO INTERNO, ANTROPOLOGI TRA BORGHI E SENTIERI

foto Mariano Monea

SULMONA – Si è tornato a parlare di aree interne in Abruzzo, lo si è fatto in maniera positiva e propositiva nel weekend fra l’8 e il 10 novembre grazie a un gruppo di ricerca multidisciplinare formato da video maker, fotografi e soprattutto antropologi dell’università di Torino.

“Che succede in Majella?” è il titolo del progetto di ricerca di Raffaele Spadano, laureando in antropologia a Torino che sta portando avanti un’etnografia collaborativa volta allo sviluppo dei processi partecipativi.

Capire di cosa si tratta nello specifico è meno difficoltoso di quello che si pensa.

Spadano è partito da una domanda fondamentale, apparentemente banale la cui risposta è tutt’altro che scontata: qual è il futuro della Majella? Per i più ansiosi – sia chiaro – anticipiamo che una soluzione definitiva non è ancora arrivata perché questa sarà il frutto del lavoro del gruppo di ricerca, la cosa interessante però sta nel fatto che lo studio ha già attivato tutta una serie di forze latenti presenti sul territorio.

Delle volte attraversando le spopolande e isolate valli abruzzesi l’impressione che si ha è che le cose siano scollegate fra loro. Cittadini e istituzioni, servizi e fruitori, turisti e attrazioni.

Serve perciò uno slancio, una forza esogena a rimettere insieme i pezzi slegati di questa Regione. Se non altro questo, è stato il maggior successo della missione antropologica: far ritrovare insieme per tre giorni alcuni attori sociali delle aree interne abruzzesi che non sapevano dell’esistenza reciproca.

Il gruppo ha stazionato a Civitaluparella (Chieti), estremo fronte Sud della Majella, oltre i monti Pizzi, al confine con il Molise. Il rifugio Casa del pastore, gestito da una coppia di ragazzi del posto, Simona e Paolo, è stato il luogo naturale di metabolizzazione di tutto ciò che di nuovo e straordinario è entrato a contatto con il gruppo.

Nel primo giorno di attività ci si è divisi fra Palena (Chieti), dove sono state svolte diverse attività con i bambini volte a comprendere il loro rapporto con la montagna e Sulmona, dove si è tenuta un’interessante conferenza dal titolo “Giovani e Aree Interne”.

Qui il dibattito è stato molto vivace perché era ancora fresca nell’aria la notizia che Sulmona (L’Aquila) nell’ultimo quinquennio ha registrato un saldo demografico negativo perdendo 1.100 abitanti. È la città più spopolata d’Abruzzo, regione che tolta l’area metropolitana di Pescara, vive a diverse intensità lo stesso dramma con circa 22 mila abitanti in meno registrati in cinque anni. Dati allarmanti davanti ai quali la politica e le amministrazioni locali sembrano lottare con armi spuntate.

Quello che infatti è emerso dal dibattito di sabato come dato più importante è stato che la mancanza di lavoro distrugge il livello economico e questo a sua volta indebolisce tessuto sociale. Comunità impoverite e sfilacciate, dove l’individualismo prevarica ogni possibilità di ragionamento in termini di bene comune.

La visione con la quale si affrontano le questioni legate alle aree interne va – secondo i relatori dell’incontro di sabato – assolutamente rovesciata perché soltanto comunità vive e determinate possono affrontare il tema dello spopolamento.

Comunità che da sole non bastano, serve una visione d’insieme della politica e un forte investimento pubblico. La visione attualmente è assente, il dibattito pubblico, ma anche gli interessi economici sono completamente concentrati sulle metropoli e sulle grandi città. Delle aree interne la politica e la stampa nazionale se ne ricordano solo in caso di disastri naturali o di cronaca nera.

Il gruppo di ricerca ha concluso il suo lavoro con l’escursione intitolata “Le parole della Majella”, una traversata da Palena a Campo di Giove (L’Aquila), arricchita dai contributi di diversi esperti d’Abruzzo.

Fra questi storici che hanno raccontato le gesta della Brigata Maiella che proprio su questa dorsale muoveva i suoi primi passi o un climatologo che ha illustrato l’impatto che avranno i cambiamenti climatici su un ecosistema così delicato come quello majellino o ancora il racconto dei pastori o delle forme di resistenza ancora vive come quella ambientale contro il gasdotto e alla centrale Snam di Sulmona.

Un carico di informazioni ed emozioni che gli oltre cento partecipanti camminatori hanno poi restituito pubblicamente attraverso quattro gruppi di discussione articolati attorno alle tematiche: spopolamento, attività produttive, giovani e servizi/istituzioni.

Dai confronti multipli sono venute fuori delle considerazioni molto simili segno che anche se la regione appare “istituzionalmente disconnessa” i problemi al contrario sono molto connessi e interrelati fra loro.

Fra le varie cose emerse c’è la necessità generale di ricomporre il tessuto economico e sociale dei borghi attraverso iniziative economiche virtuose. Sviluppare la costruzione di piccole reti che sostentano le economie locali in contrapposizione ai colossi del web, non incaponirsi nel trattenere i giovani – che hanno assoluta necessità di conoscere il mondo che esiste oltre queste montagne – quanto dargli la possibilità di poter tornare qualora sia fra le loro volontà.

Altre semplici soluzioni si potrebbero rintracciare ad esempio nel predisporre spazi capaci di ospitare le nuove professioni digitali, spesso lavoratori cognitivi e creativi del web che hanno bisogno soltanto di una scrivania, una connessione veloce ad Internet ed una stanza accogliente.

Sfide talvolta grosse e al di sopra delle possibilità, altre volte alla portata degli amministratori e delle comunità insieme ad un pizzico di buona volontà.

Ad ogni modo l’Università di Torino sembra aver accettato la sfida e nei prossimi mesi tornerà con un interessante progetto del quale non anticipa ancora nulla, quello che è certo è che questa “orda” di antropologi che ha pacificamente “invaso” l’Abruzzo ha smosso qualcosa, se queste piccole gocce diventeranno una marea, potremo scoprirlo solo nei prossimi anni. Savino Monterisi