COSTI TROPPO ALTI, ANCHE IN ABRUZZO INIZIA IL TAGLIO ALLA PRODUZIONE DEL LATTE


PESCOCOSTANZO – Il latte viene pagato circa 50 centesimi al litro ma al produttore arriva a costare anche 52. Ecco che molte aziende non conferiscono più rischiando di compromettere l’intera filiera. Lo fanno grandi realtà come Latterie Vicentine, colosso cooperativo da 350 aziende agricole associate, che nei giorni scorsi ha diffuso una missiva ai propri clienti per comunicare la riduzione delle forniture, e hanno iniziato a farlo molte realtà abruzzesi, più o meno piccole. Come “un caseificio di Sulmona che già a luglio ha cominciato a mandare le lettere ai supermercati per annunciare la riduzione del 10-20 per cento delle consegne”.

Andrea Spica, allevatore di terza generazione a Pescocostanzo (L’Aquila), di bovini da latte che poi trasforma in formaggi speciali, denuncia come “i costi esorbitanti dell’energia e per alimentare gli animali non coincide con un aumento del prezzo che ci viene pagato il latte”.

I margini di guadagno che un tempo rappresentavano il gruzzolo da mettere da parte vanno utilizzati per far fronte alle spese. È un circolo tutt’altro che virtuoso quello che si è innescato prima nel periodo “post Covid”, e ora ancora di più per gli effetti della guerra tra Russia e Ucraina e che sta spingendo tante, tantissime attività a tirare giù le saracinesche. Tra loro le stalle che rompono i primissimi gradini di una catena che porta prodotti basici come il latte sulle tavole italiane.

“Il calo sensibile dei quantitativi di latte fornito dalle nostre aziende agricole ci induce nostro malgrado a rivedere le produzioni – si legge nella lettera con cui il 18 ottobre Latterie Vicentine di Bressanvido (Vicenza), il 18 ottobre, ha comunicato la revisione della propria produzione – . Con grande dispiacere, ma senza alternative, si è deciso di sospendere il confezionamento di latte uht fino alla fine dell’anno in corso”.

Una modifica drastica con lo stop forzato per il latte a lunga conservazione.

“Per 20 anni il latte è stato pagato 25-30 centesimi – rileva Spica a Virtù Quotidiane – quando i costi di produzione erano molti più alti. Oggi le stalle stanno chiudendo una dopo l’altra. Il grande caldo provoca naturalmente un calo di produzione per queste attività, visto che gli animali soffrono e rendono di meno. Il mais, la farina e la soia, cioè tutto quello che serve per alimentare le mucche, hanno raggiunto prezzi esorbitanti, ma il latte è sempre fermo ai 45-50 centesimi. Le persone si sono stufate di lavorare in perdita, non ce la fanno più, le stalle chiudono e l’industria si ritrova senza materia prima”.

“Il problema c’è da sempre”, aggiunge. “Chi lavora in montagna, come noi, ha una produzione più alta in primavera con l’erba fresca perché l’animale rende di più, per poi scendere in estate, con il caldo e l’erba secca. Quello che è successo qui, sta accadendo ovunque. A Latina per esempio negli ultimi due anni gli allevamenti si sono dimezzati”.

Per il produttore, la situazione che sta vivendo l’Italia è comune anche ad altri Paesi, come la Germania, “dove si riducono le produzioni in eccesso che prima venivano usate per le esportazioni. Le importazioni sono inferiori, le nostre produzioni pure e il risultato è che manca la materia prima. Pure i mangimifici hanno problemi perché i pagamenti che una volta erano a 30 giorni, sono stati spostati fino a 120 giorni. È un cane che si morde la coda”.

E non ci sono incentivi reali, secondo l’allevatore: “La vera tragedia è la politica agricola comunitaria che ha regalato soldi ai super pascolamenti di montagna con animali che non producono nulla. Noi che abbiamo gli animali sempre in stalla prendiamo 4 spicci”, accusa.

Per chi come Spica fa anche trasformazione, con 100 mucche e 8 quintali di latte al giorno, il colpo in qualche modo lo si ammortizza. “Ma è tosta per tutti – ammette – . Pagavo 900 euro di luce ogni due mesi, ora le bollette sono da 2 mila euro. Un piccolo rincaro sui prodotti lo puoi fare, ma certo non ti puoi sbizzarrire perché la capacità di spesa per tutti è la stessa, se non addirittura diminuita e quindi siamo costretti a usare i margini di guadagno e quando finiranno chiuderemo tutti”.

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