Cronaca 16 Mar 2024 18:42

Dall’industria della moda a un paesino dell’Abruzzo per rilanciare la filiera della lana. La storia di Benedetta

Dall’industria della moda a un paesino dell’Abruzzo per rilanciare la filiera della lana. La storia di Benedetta

ANVERSA DEGLI ABRUZZI – Un passaggio dalla frenesia delle grandi città del nord alla vita lenta di un paese di montagna. L’abbandono delle dinamiche industriali della moda dei grandi numeri, per ritrovare l’etica che invece può caratterizzarla. E ancora il desiderio di creare un progetto veramente sostenibile, per restituire il valore che un tempo aveva la lana, e al tempo stesso togliere un “problema” dalle spalle degli allevatori, riutilizzando quello che per loro è solo un rifiuto.

Sembra quasi un percorso al contrario, rispetto alle logiche moderne, quello di Benedetta Morucci (nella foto di copertina di Stefano Schirato) fondatrice di Lamantera, progetto nato ad Anversa degli Abruzzi (L’Aquila), che riscopre la tradizione per garantire un prodotto etico e Made in Italy, fin dalla pecora.

Benedetta, Anversa degli Abruzzi l’ha scelta, spinta da un colpo di fulmine provato per questa terra. Mezza friulana e mezza toscana, cittadina del mondo, con alle spalle almeno 15 traslochi in giro per l’Italia, da quasi tre anni, insieme al suo compagno, Niccolò, vive ad Anversa.

“Ho lavorato per dieci anni nell’industria della moda. A un certo punto mi sono stancata, e non di quello che facevo, ma delle dinamiche del sistema industriale della moda”, racconta a Virtù Quotidiane. “Ho cominciato a pensare a cosa poter fare di diverso, rimanendo nelle mie competenze”.

Amica stretta, dai tempi dell’università a Firenze, di Viola Marcelli (che dopo i suoi viaggi in giro per il mondo è tornata ad Anversa, per lavorare nell’azienda di famiglia, La Porta dei Parchi), decide di venirla a trovare. “Quando sono arrivata ad Anversa ho sentito un legame che mai in tutti i miei traslochi avevo sentito per altri posti. È stato quasi un colpo di fulmine. Mi sono sentita in un luogo dove sapevo che avrei potuto vivere anche i miei ultimi giorni, serena”. Dopo quel viaggio, Benedetta comincia a domandarsi davvero cosa volesse fare. “Mi chiedevo dove volevo stare. La risposta era Anversa degli Abruzzi”.

L’idea creativa alla base del progetto nasce dall’inutilizzo della lana da parte degli allevatori. “La lana è un materiale complesso, ed è un rifiuto che ha dei costi di smaltimento altissimi, e che sono tutti a carico degli allevamenti. Io ho pensato di costruire un sistema produttivo complesso usando questa materia prima, trattata adeguatamente. Andando in giro, ho cominciato ad imparare, e capire le problematiche della lana, che fino agli anni ’50 era un tessuto essenziale ed era considerato l’oro di una pecora. Poi con la globalizzazione e le prime importazioni, è diventato un materiale non di necessità”. Spinta dalla caparbietà, ma aiutata anche “da un sogno premonitore di lana e montagne”, confessa, sorridendo, “mi sono detta che dovevo mettere in piedi un progetto di recupero per la lana dei pastori”.

Nel 2020 Benedetta si licenzia, “un mese prima del Covid”, precisa evidenziando “un tempismo incredibile” e viene in Abruzzo, trascorrendo praticamente tutta la pandemia ad Anversa. Alla fine di quell’anno partecipa ad un bando per le start up della Fondazione Garrone e crea Lamantera (il cui nome è un richiamo alle mantelle utilizzate dai pastori e ai sopragonna delle donne nella regione aquilana).

“Ho vinto il secondo premio e a settembre 2021 io e il mio compagno ci siamo trasferiti in Abruzzo. Io non volevo fare solo l’artigiana, ma risolvere un problema economico, sociale ed ambientale per gli allevatori. Con gli allevatori e i trasformatori giusti, sono riuscita a recuperare lane morbide, e a ricostruire una filiera interamente italiana”.

Una volta raccolta dagli allevamenti, la lana viene mandata a Biella o a Prato per il lavaggio industriale. Appoggiandosi ad un lanificio di Treviso, Benedetta tira fuori i suoi filati. Per colorare la lana, si rivolge ad un’altra azienda di Biella, che usa solo tinte naturali. Se un’azienda vuole comprare il filato lo vende, altrimenti lo fa ritorcere. “Faccio matasse per hobbistica, ma anche prodotti finiti, come sciarpe, maglie e cappelli”, dice ancora. “Ora sto facendo prove anche su altre filiere produttive sia rimanendo sul tessile, sia su semilavorati diversi per l’industria. Il tema della lana ultimamente è esploso e se ne parla moltissimo. Credo che il progetto sia sulla buona strada e abbia ottime prospettive”.

LE FOTO (di Stefano Schirato)

 

LE FOTO (di Cristina Panicali)


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