Cronaca 30 Dic 2024 09:15

Da Slow Food alla Coca Cola, Report punta i riflettori su Oscar Farinetti e i controversi successi

Da Slow Food alla Coca Cola, Report punta i riflettori su Oscar Farinetti e i controversi successi

ALBA – Da Unieuro a Fico passando per Eataly, da Slow Food alla Coca Cola, dal padre partigiano ai riflettori della Leopolda e l’amicizia con Matteo Renzi. Oscar Farinetti è sempre stato un personaggio controverso e nell’ambiente non è la prima volta che si nutrano dubbi sul reale successo delle sue avventure imprenditoriali. Stavolta è Report a inzupparci il pane e nell’inchiesta “Il partigiano Oscar” andata in onda ieri sera ricostruisce il suo percorso fatto di luci ma, soprattutto, ombre.

Un angelo salvatore sotto mentite spoglie o un visionario del business dei propri interessi? Difficile dare una definizione della personalità di Farinetti, da anni al centro dell’attenzione per rilanci di grandi marchi italiani come Lurisia e per aver fondato la catena Eataly dai fondi ricavati dalla vendita di Unieuro, cui aveva dato vita il padre nel 1967.

Le vicende relative alla vendita di Lurisia alla Coca Cola nel 2019 – arrivata dopo una operazione di rilancio del marchio cuneese – hanno fatto discutere e il primo a saltare sulla sedia fu Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food e il primo al quale Farinetti si rivolse per entrare nel mondo dell’agroalimentare con l’obiettivo dichiarato di valorizzare le produzioni piccole, o comunque con una filosofia molto lontana da quella che può avere una multinazionale.

Farinetti si definisce “molto contento della vendita”, mostrando un certo disinteresse nei confronti degli 88 milioni di euro incassati perché ritiene che per Coca Cola sia stato un affare, considerando che il valore di Lurisia era molto maggiore.

Quello che era il suo motto – “Contro l’imperialismo delle multinazionali” – sembra essere crollato con questa operazione commerciale. Ma Farinetti, grande oratore, lo fa passare come un’evoluzione di pensiero con alla base principi virtuosi, come quello di voler trasformare le multinazionali in qualcosa di buono.

Tant’è che oggi definisce la Coca Cola una delle aziende più etiche al mondo. Proprio lei che è stata accusata di greenwashing per aver rimosso dal proprio sito web le informazioni in merito agli impegni ambientali e climatici intrapresi per non averli portati a termine.

“Lurisia non è più proprietà di un imprenditore locale, ma diventa proprietà di una multinazionale conosciuta in tutto il mondo, specialmente in America Latina dove fa man bassa delle proprietà delle acque. Non posso non vedere quello che le multinazionali fanno in tutte le parti del mondo”, ha detto Petrini a Report.

Lui per primo non ha voluto associare i Presidi Slow Food, come il Chinotto di Savona da cui Lurisia ricava una bevanda, a realtà che vanno contro gli ideali del movimento.

Farinetti non è al centro dell’inchiesta della trasmissione di Rai 3 solamente per questa etica di facciata, per la costruzione della quale avrebbe usato anche la figura del padre partigiano. Ma anche per il fatto che è grazie alle relazioni costruite con pezzi importanti della politica di centrosinistra e del mondo delle cooperative, che sarebbe riuscito a concludere operazioni che hanno cambiato il suo percorso imprenditoriale, persino quando le cose andavano male.

All’inizio dell’ascesa di Farinetti, ha ricostruito Report, l’allora sindaco di Torino Sergio Chiamparino ha concesso gratuitamente per 60 anni al nuovo astro nascente del settore food & beverage italiano l’ex stabilimento di vermouth Carpano per dar vita al progetto Eataly.

Poi il colpo di fulmine con Renzi e le partecipazioni da protagonista alla Leopolda. Relazioni che per l’imprenditore non hanno portato benefici, anzi persino delle penalizzazioni. Sta di fatto che, ad esempio, ad Expo 2015 Farinetti si vede affidare in modo diretto e senza alcuna gara la gestione dei 20 ristoranti regionali all’interno del Padiglione Italia.

Inquietante la testimonianza del presidente dell’Istituto italiano di cucina gastronomica di Costigliole d’Asti, Piero Sassone, che per aver segnalato questa anomalia all’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) si è ritrovato lui ad essere al centro delle attenzioni della magistratura, con verifiche fiscali e controlli a tappeto che – ha svelato – lo stavano persino inducendo al suicidio.

Ma torniamo a Bologna. Fico, la Fabbrica italiana contadina è stato un flop, soprattutto se si considerano le stime iniziali che prevedevano sei milioni di visitatori l’anno. Un obiettivo irrealistico secondo la stessa ammissione di Farinetti.

Una realtà da molti considerata senza una precisa identità, a metà strada tra un parco divertimenti e un supermercato, che non ha mai spiccato il volo e per questo – dopo una chiusura che ha indispettito gli investitori perché l’hanno appreso dalla stampa – ha subìto una sorta di riconversione. Al suo posto, dal 5 settembre 2024 è stato aperto il Grand Tour Italia. Un progetto che mira a portare in città – anche in questo caso – milioni di visitatori.

Tra gli investori del progetto spicca Coop Alleanza 3.0, uno dei motori finanziari di Fico con 15 milioni di euro investiti ma andati persi, considerato il fallimento del progetto. Di cui però il colosso dei supermercati non sembra preoccuparsi, a sentire le parole di Mario Cifiello, il presidente di Coop Alleanza 3.0.

Nonostante le ingenti perdite hanno sia loro che altri deciso di investire nuovamente in questa nuova idea imprenditoriale che cela un piano di espansione immobiliare. Nell’area del Grand Tour Italia infatti, sarebbero – il condizionale è d’obbligo perché non ci sono atti ufficiali, o almeno il Comune non li rende pubblici – previste nuove residenze, attività commerciali e il nuovo stadio temporaneo del Bologna Calcio.

Già in passato la Regione Emilia-Romagna e il Comune di Bologna hanno investito decine di milioni di euro per garantire a Fico una rete immobiliare e infrastrutturale e di nuovo non si tirano indietro davanti alla necessità di riqualificare la zona. Il tutto si traduce oggi in quella che molti, come dice il giornalista Paolo Biondani, giudicano un’autentica speculazione edilizia: “Prendi il terreno a un prezzo, ti fanno la variante e il prezzo si moltiplica”.

Operazioni in cui non si distinguono più i confini tra pubblico e privato.

Su un totale di 180 milioni di euro di investimenti, 60 sono stati dedicati alla valorizzazione dell’area la cui proprietà è per l’80% del Comune di Bologna. Farinetti garantisce che il Comune non ha mai messo soldi. Solo un capannone semivuoto con mille problemi – i 100.000 mq di Fico – altri beni immobili, la nuova linea di trasporti e chissà che altro.

Marco Marcatili presidente del Caab (Centro agroalimentare di Bologna), la cui struttura operativa era rappresentata proprio da quei “capannoni semivuoti con mille problemi” di patrimonio pubblico, sostiene che “la città ci ha guadagnato grazie a investimenti fatti da privati”. In ogni caso il Caab grazie a questa situazione ha sanato i debiti che gravavano su di loro prima dell’avvento di Fico.

Verrebbe da dire “dove passa Attila non cresce più l’erba”, Farinetti è conosciuto per non portare sempre buone notizie dove mette piede. Prima di questo caso di presunta speculazione bolognese, aveva fatto parlare di sé con il caso della chiusura di Eataly da un palazzo storico di Forlì, senza aver consultato i sindacati, proprio come ha fatto con gli investitori quando ha chiuso Fico, rendendo nota la notizia solamente via radiofonica.

Cosa si deduce da questo trittico che coinvolge Oscar Farinetti? Un vortice di intrecci politici ed economici, con cambi di direzione nel corso della carriera imprenditoriale. Una mancanza identitaria che ha sempre portato alla ricerca del profitto. Legittimo se non fosse che la narrazione è sempre forzatamente romantica.

Tuttavia, non si può recriminare nulla. È stato solo seguito il nono comandamento del manifesto Eataly: raggiungere lo scopo. Forse non era quella lodevole idea iniziale di esportare la gastronomia artigianale italiana, ma del resto Farinetti ci ha abituati a repentine svolte di pensiero. Su una cosa ha ragione, e lo dice da solo: “Io le ho sempre sparate grosse”.


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