Prosciutto di Parma dop, tutti i dubbi sulla provenienza dei mangimi per i suini e le mancate risposte di Consorzio e Ministero
PARMA – Certificazioni, disciplinari, denominazioni. Il mondo dell’eccellenza ha sempre dei pro e dei contro. Se da un lato si trova la promozione e la preservazione del prodotto, dall’altro si riscontrano regole ferree da rispettare. Viene da chiedersi se siano davvero così restrittive le politiche delle Dop italiane. A questo quesito risponde parzialmente e con uno specifico caso l’inchiesta di Report dedicata al prosciutto di Parma Dop, andata in onda ieri sera.
Nel settembre dello scorso anno è entrato in vigore il nuovo disciplinare approvato dalla Commissione europea. Venne definito “un passo fondamentale per la Dop”, forse più uno strumento per revisionare quello che era un disciplinare risalente a trent’anni prima e quindi relativamente obsoleto.
Il prosciutto di Parma Dop era già stato imputato nei precedenti anni per l’utilizzo di cosce di maiale Duroc danese, varietà più economica, meno grassa e con meno scarto, ma pur sempre fuori dal circuito previsto dal disciplinare. Oggi non si parla più di razze, ma di alimentazione dei suini. Da regolamento almeno il 50% del mangime deve provenire dalla “zona geografica limitata”, ma la pratica non conferma questo dato o perlomeno non lo garantisce.
Questa percentuale si basa su autocertificazioni che l’organismo certificatore, il Csqa (Certificazione Sicurezza Qualità Agroalimentare), avrebbe il compito di controllare. I dubbi sorgono nel momento in cui questo organo di controllo decide di fidarsi ciecamente degli allevatori senza effettuare opportuni accertamenti.
Da dove arrivano i mangimi?
Partendo dal presupposto che le superfici coltivate a mais nel territorio in oggetto d’esame si sono dimezzate negli ultimi anni, viene difficile pensare che il totale fabbisogno di mangimi destinati al comparto del prosciutto di Parma Dop venga ricoperto da questa area. Con l’aumento dell’importazione si è subita una crescita anche del mais Ogm. Inutile dire che tutto questo va contro il disciplinare di produzione e snatura il concetto del prodotto d’élite dalla qualità garantita e assicurata.
La cosa sconcertante, al di là della totale assenza di controlli, la si ritrova nelle dichiarazioni telefoniche – rivelate dalla trasmissione di Sigrido Ranucci – fatte dalla direttrice generale dell’organismo di controllo Csqa Maria Chiara Ferrarese. In una conversazione con un produttore la direttrice dice: “Questa cosa non la dovete divulgare. Noi abbiamo praticamente omesso il controllo dell’alimentazione nel piano. Parlando con l’associazione abbiamo capito che è un grosso problema il requisito del 50% della materia prima e non vogliono che ci siano controlli nelle loro aziende. Ma attenzione: questa cosa il ministero non la sa tutta”.
Una tesi di non idoneità delle procedure di controllo avvalorata anche dalla testimonianza di tecnici di allevamento e altri produttori che confermano l’assenza dei controlli sull’origine dei mangimi. Come spesso accade in Italia, una volta smascherato il problema inizia il passaggio di consegna delle colpe.
C’è chi cede la palla al Ministero dell’Agricoltura che a sua volta, con il ministro delle Politiche agricole Francesco Lollobrigida se ne lava completamente le mani. Memori dei precedenti del ministro non ci si poteva aspettare molto altro, del resto, se non un: “Se lei è a conoscenza di questioni che sono illegittime e illegali, spero che abbia fatto un esposto alla magistratura, che può intervenire”.
Fare dichiarazioni d’altro tipo d’altronde sarebbe stato un conflitto d’interesse visto che è stato proprio il ministro a confermare il Csqa come ente certificatore e a promuovere la Ferrarese a direttrice generale, nonostante le indagini del 2020. Tutti questi passaggi di consegne e responsabilità non sono utili alla risoluzione del problema, né tantomeno a fare chiarezza sui fatti.
La parola ora spetta al Consorzio Prosciutto di Parma che, tiratosi già indietro durante le indagini riguardanti la peste suina degli scorsi mesi, non fa sperare in soluzioni definitive e che tutelino il consumatore.
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