DENTRO PALAZZO ARDINGHELLI PRONTO A RIAPRIRE, LA NUOVA VITA NEL SEGNO DEL MAXXI


L’AQUILA – Una corte ariosa, a esedra, piena di luce, accoglie chi entra nel palazzo che i toscani Ardinghelli decisero di edificare all’Aquila dopo il sisma che nel 1703 colpì la città. Ampi spazi, segni della ricchezza di chi volle quel palazzo, e che ora diventeranno la casa per opere del futuro.

Il palazzo Ardinghelli sarà sede distaccata del Maxxi (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) di Roma. Tutto ruota su questo fondamentale aspetto ma nulla è stato alterato per questo scopo, perché la storia e la sua bellezza sono la casa ideale dell’arte contemporanea.

Ad accompagnare Virtù Quotidiane, in quello che è ancora un cantiere, è l’architetto Franco De Vitis, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città dell’Aquila e i comuni del cratere, oggi in pensione. Fino ad aprile 2019 è stato il direttore dei lavori, oggi la competenza è in carico al segretario regionale per i Beni culturali abruzzesi, Stefano D’Amico.

De Vitis racconta i danni e il recupero del palazzo.

Un pannello posto nel piano nobile (il primo piano) mostra le foto dei crolli avvenuti in questo imponente edificio durante il sisma 2009: danni alla facciata, alla balconata esterna e a quella interna che affaccia sulla corte, crollo del soffitto del salone e dei camini.

“Abbiamo svolto un lavoro di consolidamento globale, che ha coinvolto anche le parti non danneggiate”, racconta De Vitis. “Intorno al perimetro del palazzo – prosegue – corrono grandi travi di acciaio”. Nella parte crollata del balcone interno, oggi si scorgono elementi di collegamento tra le parti.

“Tutto il soffitto del salone interno – prosegue l’architetto – è stato ricostruito: oggi presenta una struttura in lamellare di legno a vista, che è memoria della centinatura lignea, ed è appesa ad un’ulteriore struttura anch’essa di legno; oltre ad essere un’esigenza tecnica, favorisce i pesi strutturali dal punto di vista antisismico. I camini – spiega ancora De Vitis – la cui canna fumaria, come si usava un tempo, aveva dietro di sé il vuoto, oggi sono stati ancorati alle pareti, la muratura è stata ricostruita e sono state restaurate le parti artistiche”.

In particolare il pavimento del piano stradale è stato molto lavorato. Sono state inserite pietre di camminamento  ispirate a quelle originali che si trovano nel pavimento dell’androne, e ciò ha permesso di eliminare le selci in cemento trovate nel 2009. Inoltre è stato completamente rifatto il solaio, per le nuove necessità di utilizzo. Sotto il piano stradale, infatti, c’è un ampio spazio di deposito e un vano con liquido antincendio: tutto nato per le esigenze del palazzo, come sede distaccata del Maxxi.

Ciò che non è stato colpito dal sisma è la parte che, forse più di tutte, dà l’idea del passato e della sua ricchezza: lo scalone.

LO SCALONE

Quello che si vede salendo le scale è il muro settecentesco.

Restaurato ma, di fatto, mai crollato, il muro regala un respiro antico, i suoi colori proiettano in un’altra epoca. Toccare quel muro è un’emozione sinestetica che non si dimentica. “Lo tocchi, e provi a scrivere la sensazione” dice De Vitis. Si chiama stucco lustro, è una tecnica di finitura degli intonaci, che rilascia superfici compatte: al tatto sono lisce, omogenee, carezzabili. Come carezzare una seta muraria.

Alzando la testa, nello stesso luogo, si scorgono i dipinti di Vincenzo Damini, pittore settecentesco, che lasciò diversi segni nel passaggio aquilano della sua esistenza, datato fino alla prima metà del ‘700.

I DECORI

Tutto il restauro artistico è stato curato dalla dottoressa Bianca Maria Colasacco, storica dell’arte funzionario in pensione della Soprintendenza dell’Aquila, responsabile del restauro degli apparati decorativi.

Novità artistica, riemersa con il restauro del palazzo, sono i dipinti murari, che fino al 2009 erano coperti; le piccole porzioni recuperate sono ben visibili sopra le finestre che affacciano sulla corte interna.

Un dipinto sul soffitto del piano nobile, in una che, forse, fu una stanza da letto, mostra due bellissimi putti, anche essi “oscurati” fino al 2009.

Altro elemento importante è il recupero della facciata. “Siamo riusciti a salvare la pietra originale – racconta De Vitis – non è facile che questo avvenga, qui è ben visibile. La cromia, molto rara, è propria del palazzo nato nel Settecento”.

Altri lavori di restauro artistico sono avvenuti nella piccola e bellissima cappella.

I pavimenti interni sono frutto di uno studio ispirato da un unico pavimento originale. Sono stati ricreati quindi con questo restauro rispettando il gusto e le caratteristiche del luogo.

VERSO IL FUTURO: IL MAXXI

Il palazzo, proprietà demaniale dei Beni culturali, era sede di uffici. Poi il sisma. E nel 2014, appena nominato l’allora (nonché attuale) ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, andò a visitare Palazzo Ardinghelli. Lì nacque l’idea del museo, lì partì la ricerca dei fondi e la tessitura dei rapporti.

Il palazzo fu adottato dalla Russia, che donò 7 milioni e 200 mila euro. Nel 2015, con la scelta di rendere palazzo Ardinghelli un museo, il Ministero stanziò 2 milioni di euro.

La Camera dei deputati, poi nel 2017, fece un emendamento per Maxxi L’Aquila. È stato, quindi, creato un fondo presso il Ministero per i primi 3 anni dell’attività del Maxxi in città.

Per allestire lo spazio secondo le necessità del Maxxi, il palazzo sarà dotato di spazio biglietteria, con entrata a sinistra rispetto alla principale, e in quello spazio ci sarà anche un vano interno per accogliere i visitatori in caso di pioggia.

È in allestimento un elevatore per portare disabili e chiunque ne abbia bisogno, dal piano della biglietteria a quello della corte. Saranno installati due ascensori. Sarà creato un bookshop che sarà la naturale uscita di chi visita il museo, su via ed arco Ardinghelli.

Proprio in questi giorni sono continui sopralluoghi di personale del Maxxi per meglio comprendere le possibilità di allestimento. L’illuminazione è stata predisposta in accordo tra Soprintendenza e Maxxi per favorire l’attività del museo senza alterare la bellezza del palazzo. Sullo scalone nessuna illuminazione innovativa sarà predisposta.

Il Maxxi è anche coinvolto nella scelta di fare del palazzo un luogo aperto alla città. Non solo nelle attività che creerà all’interno, ma anche visivamente. In tutti gli orari di apertura al pubblico saranno aperti sia l’ingresso principale, su piazza Santa Maria Paganica, sia quello del retro, su via Garibaldi, per un passaggio libero in un palazzo che sia nella città, per la città.

IL PASSATO CHE RIEMERGE

Se Palazzo Ardinghelli sarà il luogo di apertura alla contemporaneità e al futuro, è bene ricordare, anche stavolta, i tesori storici che il luogo conserva.

Il palazzo fu atelier di Teofilo Patini, il che determinerebbe in ogni caso, in maniera ideale, che questo luogo possa essere sede di attività artistiche.

Palazzo Ardinghelli, come molti altri edifici aquilani, dentro di sé ha una storia più antica di quella che mostra. Sotto la facciata, ad esempio, sono state trovate tracce di una preesistente struttura, difficile da datare. Elementi visibili in una vano a destra dell’androne, sono quelli dì un antico portale.

Altre tracce della storia pre-sisma 1703 ci sono, purtroppo in luoghi non accessibili, situati in due vani laterali all’androne. Li mostra De Vitis: “Alzi gli occhi, non c’è la luce ma guardi, ecco la storia antica di questo Palazzo”, in entrambi i vani due dipinti di chiara databilità pre-settecentesca.

LA RICONSEGNA

Il palazzo sarà riconsegnato all’inizio del 2020. In quell’occasione però si compirà solo il gesto formale del passaggio della gestione al Maxxi, ma il palazzo non sarà ancora riaperto al pubblico. Bisognerà attendere che tutti gli accessi, anche quelli per chi ha difficoltà a camminare, siano perfettamente fruibili.

Il periodo di reale riapertura quindi, non arriverà prima della primavera 2020 e probabilmente coinciderà con l’anniversario dei primi dieci anni di vita del Maxxi.

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