FAUNA SELVATICA, IL COSPA ACCUSA: DUE PESI E DUE MISURE NELL’APPLICAZIONE DELLA LEGGE


OFENA – “La 157/92 che regolamenta l’attività venatoria, il controllo e la reintroduzione della fauna selvatica all’interno e all’esterno delle aree protette, stabilendo la percentuale delle aree da proteggere sul territorio nazionale e quindi regionale, è una legge scritta molto chiaramente, ma le istituzioni sono le prime a non rispettarla, anzi la applicano a seconda dei casi”.

Lo denuncia il comitato spontaneo degli allevatori Cospa.

“Per le istituzioni abruzzesi”, rileva il portavoce Dino Rossi, “questa legge non esiste quando i Parchi mettono le gabbie di cattura e nemmeno quando allargano a macchia d’olio le aree protette con le riserve, parchi regionali, oasi e il nuovo arrivo: il Piano d’azione per la tutela dell’orso marsicano (Patom). Quest’ultimo viene spostato a seconda di come si muove l’orso, ovviamente tutto supportato da fondi comunitari, nazionali e regionali, una sorta di sanguisuga per la tutela delle poltrone e non dell’orso”.

“Subiamo da anni la reintroduzione di animali non autoctoni, cervi, caprioli, istrici e lupi che misteriosamente compaiono sulle nostre terre e tutti negano di averli rintrodotti”, continua Dino Rossi, “ma se qualcuno dovesse abbatterli perché gli sta divorando il campo, all’improvviso ci sono associazioni ambientaliste che si costituiscono parte civile: ma non dovrebbero essere i contadini ad essere risarciti?”.

“Noi comuni mortali dobbiamo andare avanti a colpi di sentenze, come l’ultima della Corte Costituzionale n°160 del 2020 che stabilisce che i conduttori di fondo possono abbattere gli animali sul proprio terreno, ma è già scritto nella 157/92. Guai se un cacciatore commette un’infrazione, rischia denunce penali con il ritiro del porto d’armi, guai se a un contadino venisse in mente di costruire una trappola o un chiusino, denunciato e incriminato in un batter d’occhio”.

“Molti burocrati si barricano dietro la 157/92 e dicono sempre che deve essere cambiata perché obsoleta, ma è talmente scritta bene che nessuno ha il coraggio di cambiarla”, prosegue il portavoce degli allevatori. “Continuiamo indifesi ad assistere a una sorta di disparità di applicazione di questa legge, tanto da chiamarla ‘mondo convenienza’, ma nel gergo campagnolo diciamo che la si usa come la pelle dello scroto, oppure come l’elastico delle mutande, questo è per rendere l’idea di come i nostri burocrati rispettano le leggi, scritte da loro stessi”.

“Vieta l’utilizzo delle gabbie di cattura, ma i Parchi e le riserve tentano in ogni modo di aggirarla appellandosi alla 394/90, legge quadro sui parchi, che è chiaramente precedente alla 157/92 e giuridicamente avrebbe più effetto di legge”.

“Stranamente assistiamo alla cattura di animali venduti vivi nelle riserve toscane, oppure le carcasse vengono cedute a due spiccioli all’euro cash di Avezzano. Intanto i carabinieri forestali chiudono un occhio quando si tratta di indagare sulle gabbie, che però misteriosamente scompaiono dopo l’ennesima denuncia senza esito”, accusa Dino Rossi.

“Molto strano poi quando si legge sulla stampa di interventi fatti per colpire chi detiene qualche cinghiale per l’addestramento dei cani. Stranamente i cinghiali vengono definiti animali pericolosi, gli stessi catturati nella diga di Penne dalla CO.GE.Stre per la Procura di Pescara sembrano essere pecorelle e non occorre nessuna autorizzazione prefettizia, anzi un recinto dotato di codice di stalla di animali catturati”.

“Lo stesso vale per i Parchi nazionali, nati per difendere gli animali, inspiegabilmente adesso vogliono commerciare gli animali da vita o carcasse macellate con l’avallo di allevatori compiacenti. Secondo la legge 157/92 la selvaggina è patrimonio indisponibile dello Stato! – continua Rossi – . Questi gestori delle aree protette assomigliano sempre più a Totò quando nel film ha venduto la fontana di Trevi ai turisti”.

“Più si va avanti e più si scopre l’infrazione di questa legge, quando andiamo a fare i conti della superficie protetta. Visto che le indagini vengono svolte dai carabinieri forestali si spera che il comando generale inquadri in maniera consona questo nuovo corpo militare che porta la scritta ‘carabinieri’, ne va del buon nome dell’arma, ma anche la tutela degli abitanti di queste aree protette che hanno superato abbondantemente il limite del 30% consentito da questa bella legge scritta molto chiaramente, ma estensibile a seconda di chi la infrange”, conclude Dino Rossi.

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