FONDI PER I PASCOLI, CINQUE ALLEVATORI A PROCESSO IN PIEMONTE


CUNEO – Avrebbero certificato il pascolo in alcuni appezzamenti dove, secondo i rilevamenti effettuati dalla forestale, sarebbe stato impossibile condurre ovini e bovini, riuscendo così ad accedere a corposi finanziamenti comunitari.

Per questo cinque allevatori sono finiti a processo in Piemonte, dove l’operazione “Heidi” nel 2015 aveva scoperto che nonostante i pastori non avessero condotto animali al pascolo, erano riusciti a ottenere fondi destinati all’utilizzo degli alpeggi, erogati dall’Agenzia regionale Arpea, preposta alle erogazioni delle risorse stanziate dell’Unione europea per l’agricoltura.

In totale – ricorda Cuneodice.it – le cifre contestate ammontano a oltre 2 milioni di euro, che secondo l’accusa gli imputati non avrebbero avuto diritto di percepire o perché chiedevano in concessione gli stessi terreni, o perché negli alpeggi indicati nelle loro carte non avrebbe mai pascolato nessun animale.

Sui fondi accreditati per gli anni 2013 e 2014 a cinque allevatori delle province di Torino e Cuneo sta per concludersi il processo presso il tribunale di Cuneo: il sostituto procuratore Alberto Braghin contesta i reati di frode comunitaria e malversazione. La sentenza è attesa per il prossimo 2 ottobre.

A un’allevatrice titolare di un’impresa a Marene (Cuneo), l’accusa contesta il fatto che i terreni assegnati per il 2013 nel comune di Traversella, in Val Chiusella, distassero oltre 200 km dall’azienda stessa: questi pascoli di Traversella venivano “rivendicati” nel 2014 da un’altra persona, di Chiusa Pesio, ed entrambe le aziende allegavano alle loro domande un modello firmato da un altro pastore, che in udienza ha dichiarato di non conoscere nessuno dei due.

Un altro imputato si sarebbe avvalso di una documentazione riferita a terreni utilizzati da altri.

Le richieste dell’accusa variano da 9 mesi a 3 anni di reclusione, a seconda dell’entità del contributo percepito.

L’Arpea, costituitasi parte civile contro tre degli allevatori, ha chiesto risarcimenti fino a 820 mila euro oltre a un danno di immagine stimato nel 10% del danno patrimoniale subito.

Le difese degli imputati rigettano ogni contestazioni affermando, tra le altre cose, che “se si affitta mezza montagna, perché discutiamo di appezzamenti enormi, è normale che ci si sposti o che i terreni siano subaffittati”.

La vicenda piemontese assomiglia al fenomeno della cosiddetta mafia dei pascoli, a cui Virtù Quotidiane ha dedicato molti approfondimenti, che vede grandi aziende del nord Italia che affitterebbero vaste aree di terreni in Abruzzo con lo scopo di veder fruttare i titoli di coltura in loro possesso, senza garantire l’effettiva attività di pascolo degli armenti, che servono solo a legittimare l’ottenimento dei fondi europei.