IL TURISMO DI PROSSIMITÀ POST-COVID PUÒ SALVARE L’ABRUZZO? LA VOCE DI TRE ESPERTE


L’AQUILA – In una fase che parla di ripartenza del Paese in procinto di passare alla cosiddetta fase 2, quello del turismo è un settore che più di altri rappresenta una preoccupante incognita per il futuro ancora scandito da una rete molto incerta di ristrettezze e limitazioni imposte dai decreti per fronteggiare l’emergenza da coronavirus.

Lo scenario impone una riflessione sul futuro del settore che ricopre un ruolo chiave nell’economia dell’Italia e dell’Abruzzo ma che attualmente è in ginocchio.

La situazione è drammatica, sono centinaia le disdette di viaggio arrivate ancora prima del lockdown e dopo oltre due mesi di blocco totale tutti gli operatori della filiera del turismo sono in difficoltà, dalle agenzie di viaggio ai fornitori di servizi, fino agli ultimi anelli della catena rappresentati dalle guide turistiche e ambientali. Per non parlare dei proprietari di bed and breakfast che non hanno l’obbligo della partita Iva, secondo normativa, ma nemmeno la possibilità di richiedere il sussidio, seppur minimo, previsto dal governo.

Bisognerebbe ripartire dal turismo lento, quello della mobilità “green” a piedi e in bicicletta, delle ferrovie turistiche, della natura, dei piccoli borghi. Esclusa la possibilità di viaggiare all’estero, è evidente che il turismo cosiddetto di prossimità rappresenta l’unica alternativa per il popolo dei viaggiatori e degli operatori turistici ma la stagione estiva alle porte è ancora piena di incertezze, tra gli stravolgimenti nella fruizione dei servizi, la paura degli spostamenti e le misure da adottare per rendere a norma anti contagio gli spazi, situazione che dopo i mancati incassi dei mesi scorsi rischia di segnare un tracollo generale del settore.

Come si stanno preparando gli addetti ai lavori che dovranno riorganizzare l’accoglienza?

“È dal turismo responsabile che si deve ripartire”, dice a Virtù Quotidiane Alessia De Iure, insegnante, guida turistica ed esperta di turismo sostenibile. ”Finché i confini regionali sono chiusi, si può parlare solo di turismo di prossimità che di base è responsabile perché lavora con piccoli numeri, una forma di turismo che si adegua naturalmente alle regole attualmente imposte dalla situazione. L’altra alternativa sono le escursioni all’aria aperta, sulle montagne delle aree interne d’Abruzzo”.

“Con la rete di associazioni locali e addetti del settore stiamo rielaborando un’offerta alternativa di turismo regionale che va dalla costa alle aree interne e viceversa, anche se l’organizzazione delle spiagge è ancora molto caotica. Ho notizia di qualche prenotazione già effettuata nelle case in affitto sulla costa e questo lascia ben sperare ma un altro fattore importante da considerare è la paura delle persone che temono di spostarsi in zone dove i casi di contagio sono più numerosi”, ammette Alessia, anche collaboratrice di Viaggi e Miraggi, tour operator sociale che promuove, in Italia e nel mondo, un modo gentile di viaggiare, profondo e responsabile, attento alla cultura locale, all’ambiente e alla sostenibilità.

Il tema del turismo di prossimità è al centro di un ampio dibattito nazionale e del Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2020, redatto, prima che scoppiasse l’emergenza coronavirus, da Roberta Garibaldi, docente universitaria, esperta di turismo enogastronomico, membro del Board of Director della World Food Travel Association, del World Gastronomy Institute e del Consiglio di Presidenza della Società Italiana di Scienze del Turismo (Sistur).

Una regione come l’Abruzzo con un ampio spettro di località raggiungibili, dal mare alla montagna, dai borghi ai percorsi di trekking, è sicuramente avvantaggiata nella fase 2. Ma accanto alla volontà di ripartire e di risollevare il settore turistico all’insegna della prossimità c’è tuttavia un’altra incognita, quella che riguarda le piccole strutture, come b&b e country house, molto numerose nei borghi dell’Appennino, che non hanno ancora notizie certe sulla possibilità di riaprire, a differenza delle strutture alberghiere la cui riapertura è stata fissata a maggio con un pacchetto di misure da adottare per garantire la sicurezza dei clienti, tra sanificazione degli ambienti, riorganizzazione degli spazi e pannelli parafiato, solo per citarne alcune.

“Siamo di fronte alla possibilità di un cambiamento del paradigma del turismo che le aree interne possono offrire in alternativa agli spostamenti di massa” ragiona Rita Salvatore, docente di turismo eno-gastronomico e sviluppo rurale presso l’Università di Teramo. “Un dibattito che si sta affrontando ormai da diversi anni in funzione del recupero della coesione territoriale con il cosiddetto under tourism praticato nelle aree a bassa densità demografica, come sono le aree interne d’Abruzzo”.

Ma come si gestisce il passaggio non affatto scontato verso l’under tourism di prossimità?

“La questione delle gestione è fondamentale – afferma la docente a Vq – e non parlo solo dei flussi. Non si può pensare che, vista l’impossibilità di andare altrove, il turismo si riversi verso le aree interne rischiando di stravolgerne il bene attrattivo primario costituito proprio dalla scarsa densità di popolazione. Nello stesso tempo si rischia di andare oltre la capacità di ospitalità di questi luoghi con il rischio di soffocarli”.

Oltre al problema della sostenibilità ambientale e della vivibilità “si pone il problema, quello di sempre – precisa – di chi gestisce questi flussi verso le aree interne dove gli investimenti sul turismo sono ancora una grossa scommessa”.

Il principio cui fa riferimento la Salvatore è quello per il quale “non può esserci turismo in nessun luogo se prima non c’è vita in quel luogo. L’attrattività è legata al livello di vivibilità dei borghi delle aree interne per lo più spopolati”.

“Le soluzioni non possono essere trovate solo a livello locale, considerato anche che molte seconde case dei borghi montani sono di proprietà di cittadini laziali e di altre regioni. Per la fase 2 ci vorrebbe una strategia regionale, in assenza di una interconnessione tra flussi che sfuggono ad ogni tipo di calcolo. Le potenzialità sono tante ma non è tutto così scontato”.

Il turismo di prossimità è sufficiente a risollevare un settore così penalizzato?

La situazione è drammaticamente sospesa anche per le agenzie di viaggio che non rientrano nella lista delle aperture degli ultimi decreti e non sono attività assimilabili al commercio, almeno fino ad ora. La categoria ha dichiarato lo stato di crisi nell’ambito del Manifesto per il turismo italiano “Ripartiamo dall’Italia” sottoscritto da tutti gli operatori del settore a livello nazionale.

Le agenzie di viaggio in particolare, già il 2 marzo scorso, hanno organizzato una manifestazione nazionale, a Roma, per sollecitare il Governo a introdurre strumenti di sostegno verso il  settore turistico che rappresenta il 13 per cento del Pil nazionale e che ha visto l’Italia, al centro della pandemia mondiale, tra i paesi sconsigliati dall’intero pianeta.

“Ho percepito la drammaticità della situazione sin da subito, molto prima della chiusura totale, i primi voli cancellati verso i paesi orientali e del sud est asiatico risalgono al mese di gennaio, insieme alle disdette di biglietti per eventi, congressi, mostre, crociere e gite di gruppo – dice Carla Ferraro, titolare dell’agenzia di viaggi Si Viaggiare in attività da oltre trent’anni, da qualche mese nella sede di via Castello, in pieno centro storico, dopo i diversi traslochi post sisma – . In realtà, anche se in smart working, non abbiamo mai smesso di lavorare visto l’enorme carico di disdette e richieste di rimborso verso tour operator e compagnie aeree ancora in corso. Ma se il lavoro deve essere questo non ha senso riaprire un locale che comporta costi di affitto e utenze”

In merito al turismo di prossimità “è senza dubbio un’ottima soluzione per l’Abruzzo e per il Gran Sasso in particolare, ma è un filone – osserva la Ferraro – che rappresenta il dieci per cento circa dell’attività complessiva di una agenzia di viaggi”.

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