LA GROTTA DI SAN BENEDETTO, UNO STRAORDINARIO BALCONE NATURALE SULLA CONCA DEL FUCINO

foto Lorenzo Nardis

MASSA D’ALBE – Non posso che pensare a quando l’eremita doveva affacciarsi al mattino da questo balcone naturale a mezza costa dell’aspro versante marsicano del Monte Velino: scrutava la distesa di nebbia sulla Conca del Fucino e poi, sotto, a poco a poco, vedeva affiorare lo specchio placido dell’acqua di quello che, fino al suo prosciugamento, era il terzo lago italiano per estensione.

Siamo alla Grotta di San Benedetto e questo è il racconto di una camminata facile quanto incredibile.

Da Forme raggiungiamo in auto il Rifugio Casale da Monte dove ad attenderci c’è un gentile gestore, Fabrizio, con cui concordiamo un ottimo pranzo al ritorno, e prendiamo poi la carrareccia che porta alla località Fonte Canale.

In 20 minuti siamo alla Fonte, dove centinaia di bovini bivaccano sull’erba fresca ai piedi del Monte Cafornia.

Seguiamo verso un boschetto e da lì oltre in direzione di Colle Pelato: siamo sui sentieri Cai n. 4, 5 e 6 che portano alla cima del Velino.

La carrareccia continua a salire dolcemente per un bel pezzo lambendo un rimboschimento di pini.

Se si alza lo sguardo già si può distinguere l’incavo della grotta nella falesia più ampia.

Sul Colle Pelato si volta nettamente a destra e ci si inoltra in una radura, da qui si segue il sentiero che da subito acquista pendenza (50 minuti).

È questo il tratto più duro, che altro non è, infatti, che la direttissima al Velino.

C’è da scarpinare per non più di 20-25 minuti però, fino a un bivio che segnala la deviazione del sentiero n. 4 che conduce alla grotta.

L’ultima parte del sentiero, all’inizio pianeggiante, mostra qualche difficoltà quando ci si trova giusto al di sotto della grotta: bisogna salire, facendo attenzione, un tratto scosceso tra delle roccette.

A una decina di metri dall’ingresso, infine, troviamo la Ferrata Lara, niente più che un breve tratto di catena che facilita la salita e mette al sicuro dallo strapiombo (1,40 h, 1.630 metri sul livello del mare).

Ci siamo. E lo spettacolo che ci ripaga della fatica è magnifico.

La Grotta di San Benedetto è lunga più di venti metri e ha un’altezza variabile. È costituita da due grandi vani comunicanti, ai quali si aggiungono piccole insenature di difficile accesso: la zona d’accesso è ampia e alta, l’altra, più piccola, è illuminata da una grande finestra naturale, sul cui lato destro pende una campanella apposta negli ultimi anni dai fedeli.

Non vi sono altri simboli sacri perché qui, è chiaro, è il panorama a farla da padrone: una vista completa sul Fucino, sui Monti Marsicani, Carseolani, Cantari, Simbruini.

Dell’eremita che qui visse non sappiamo praticamente nulla: né chi fosse, né quando vi dimorò.

Le uniche poche notizie le abbiamo dallo storico Muzio Febonio nel suo Historiae Marsorum, nel quale cita il santo eremita, e dal vescovo Pietro Antonio Corsignani, che ci indica invece il luogo di sepoltura del beato benedettino o francescano, la chiesa di San Pietro in Albe.

E la tradizione vuole che furono i tanti miracolati marsicani a trasportare le spoglie dell’eremita a valle per testimoniare la sua santità. Alessandro Chiappanuvoli

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