LA LOTTA PER IL DIRITTO ALLA TERRA A 70 ANNI DALL’ECCIDIO DI CELANO


CELANO – Sono trascorsi 70 anni dal 30 aprile 1950, giorno in cui caddero sotto i colpi di arma da fuoco Antonio Berardicurti e Agostino Paris, braccianti, giorno che ricordiamo come l’Eccidio di Celano.

La ricorrenza di un anniversario così importante, così doloroso, aveva mosso il Comune e il sindaco, Settimio Santilli, a organizzare celebrazioni di alto profilo che avrebbero visto l’invito formale del Capo dello Stato Sergio Mattarella, la presenza dei rappresentanti di sindacati e delle categorie agricole, il coinvolgimento delle scuole celanesi, l’intitolazione di una nuova strada alla memoria dei due braccianti e un grande convegno che avrebbe ospitato anche il giornalista Paolo Mieli.

Tutto rimandato invece. A causa del Coronavirus non si è potuto che deporre una corona di fiori alla sola presenza del sindaco e dei figli di Agostino e Antonio, Tonino e Vittoria. Il distanziamento sociale odierno impone di evitare ogni tipo di assembramento.

L’assembramento appunto, una delle armi, forse la più forte, che i lavoratori di ogni categoria possono impugnare per vedere rispettati i loro diritti, come sarebbe successo oggi, 1° maggio, in ogni piazza d’Italia se solo il CoVid-19…

L’Italia del secondo dopoguerra era un Paese ancora lontano dal “boom economico” degli anni ’60, nel quale lo “stato di diritto” faticava a trovare forma stabile e condivisa tra tutta la popolazione e profonde differenze si andavano delineando tra le zone urbane, in sviluppo, e quelle rurali, legate ancora agli interessi dei latifondisti.

Dalle campagne si levavano, supportate dai partiti di sinistra e dei sindacati, grandi proteste e occupazioni collettive dei terreni, alle quali però lo Stato rispondeva con pugno duro. Basta ricordare gli eccidi di Portella della Ginestra, 1° maggio 1947, di Melissa, Montescaglioso e Torremaggiore nel 1949.

Rivendicazioni che portarono il IV Governo De Gasperi a varare nell’ottobre del ’50 la Legge Stralcio, riforma agraria nazionale che, tramite esproprio coatto, redistribuiva le terre dei latifondisti ai braccianti agricoli.

Anche nella Marsica lo stato di semiabbandono della Piana del Fucino da parte della famiglia Torlonia scatenò una forte protesta. Sindacati, partiti, braccianti e tutta la popolazione unita organizzarono un lotta fatta di presidi nei comuni, istituzione di comitati e scioperi alla rovescia, nei quali si lavorava alla manutenzione delle strade e dei canali della piana.

Quel 30 aprile 1950 si riunì nel municipio di Celano una commissione di collocamento che avrebbe dovuto stabilire i turni dei braccianti per il 2 maggio, dopo la conquista di 250 mila giornate lavorative a carico dei Torlonia.

Le associazioni di categoria, i sindacati e le autorità comunali non trovarono l’accordo così, alle 18,00, la seduta fu sciolta. I braccianti però, pur senza che protestare, restarono a discutere in piazza IV Novembre fino alle 20,00, ora in cui il vice sindaco, Angelo Tropea, diede l’ordine ai carabinieri di disperdere la folla.

I cinque militari si portarono su un lato della piazza e, senza che ve ne fosse apparente motivo, iniziarono a sparare. Dal lato opposto, però, risposero al fuoco alcuni uomini di Torlonia ed esponenti locali del MSI; la sparatoria si protrasse per alcuni minuti.

Quando, al posto di urla e di spari, tornò il silenzio, a terra restarono i corpi senza vita di Antonio Beradicurtis, 35 anni, di Agostino Paris, 45, e quelli di dodici celanesi feriti: Giovanni Baliva, Antonio Baruffa, Costanzo Ramunno, Settimio Cavasìnni, Franco Tirabassi, Antonio Jacutone, Orazio Rossi, Tobia Paris, Gasparre Fegatini, Esterina Palumbo, Maria Stefanucci, Loreto Pestilli.

La notizia apparve in edizione straordinaria su alcuni quotidiani nazionali. La rabbia e lo degno resero il clima ancor più esasperato, non solo nella Marsica, anche nel resto d’Italia. Il 3 maggio 1950, giorno dei funerali, tutto l’Abruzzo scese in sciopero generale, sui negozi apparvero scritte “Chiuso per lutto”, mentre nelle grandi città italiane gli operai fermarono le catene di produzione e numerose proteste bloccarono i servizi pubblici. A Celano giunsero migliaia di lavoratori provenienti da ogni parte del Paese.

Al rito funebre, oltre a politici e dirigenti locali, parteciparono anche i deputati Bruno Corbi e Aldo Natoli, nonché il segretario generale della Cgil Giuseppe Di Vittorio, il quale, ricorda Corbi in un articolo su La Repubblica, pronunciò un discorso alla folla concludendo che “i contadini del Fucino avrebbero conquistato il feudo di Torlonia solo diventando essi stessi i difensori e i garanti della legalità repubblicana”.

A 70 anni dall’eccidio di Celano, i colpevoli restano ancora ignoti.

A 70 anni dall’eccidio di Celano, il sindacalista Aboubakar Soumahoro, a nome della “Campagna Braccianti”, in questi termini è ancora costretto a rivolgersi al presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Siamo lavoratori della terra, siamo raccoglitori del cibo, siamo operai della filiera agricola. Da troppo tempo, la nostra vita viene rubata dall’avidità. Da troppo tempo, la nostra esistenza viene schiacciata dallo sfruttamento. […] Oggi la lunga notte dell’ingiustizia deve calare. Oggi, l’alba del giorno luminoso dell’alleanza – tra i braccianti sfruttati, i contadini/agricoltori schiacciati e i consumatori – deve sorgere”.

A 70 anni dall’eccidio di Celano, l’alba dell’alleanza deve ancora sorgere.

(Fonte immagini Wikipedia e Marsicalive)

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