Mario Moretti Polegato: “Non volevo fare scarpe ma produrre vino”

AGRIGENTO – “Non pensavo di diventare imprenditore nel mondo delle calzature, ero partito per rappresentare i nostri vini italiani in America. Ma si sa, nella vita c’è un detto francese: la vie c’est la vie. Non possiamo conoscere il futuro, se lo conoscessimo sarebbe una catastrofe”.
Così Mario Moretti Polegato, fondatore del marchio Geox e protagonista della rivoluzione delle scarpe traspiranti, ha raccontato la sua storia al congresso nazionale di Assoenologi ad Agrigento, dove è stato insignito del titolo di ‘Personaggio dell’anno 2025’ e nominato socio onorario dell’associazione.
Polegato, che ha origini nel settore vitivinicolo con le sue aziende nel Trevigiano, ha ricordato come proprio durante una missione commerciale per il vino, negli Stati Uniti, nacque l’idea che lo avrebbe reso celebre: “Camminando nel deserto del Nevada, durante una wine convention a Reno, le scarpe mi facevano soffrire – ha raccontato – . Avevo in tasca un coltellino svizzero e ho fatto un buco su ogni suola per far respirare i piedi. Così è iniziato tutto”.
Dal vino alle scarpe, ma senza dimenticare le radici.
“Il mondo del vino mi ha insegnato la concretezza e il legame con la terra”, ha aggiunto Moretti Polegato, che oggi guida un gruppo da 25mila dipendenti, tra diretti e indiretti, presente in 110 Paesi.
“Il successo – ha proseguito – parte dall’innovazione, ma anche dalla difesa della proprietà intellettuale. Brevettare un’idea è fondamentale: l’ho fatto, ho bussato alle porte di giganti della calzatura sportiva per proporre il mio brevetto ma nessuno ci ha creduto. Allora ho deciso di mettermi in gioco da solo, partendo da cinque ragazzi che non sapevano nulla di scarpe”.
Un esempio di visione italiana che ora, secondo Moretti Polegato, si ritrova anche nel vino: “Ricordo quando il Prosecco era un vino da tavola, oggi fa concorrenza allo Champagne”.
“I francesi ci hanno sempre dato lezioni su vino e formaggi, ora ci guardano con ammirazione e un pizzico d’invidia”, ha sottolineato l’imprenditore.
“Siamo un Paese di piccole imprese, è il nostro Dna, ma – ha concluso – serve fare squadra, come i francesi. Il vino italiano non potrà mai essere industriale, deve restare artigianale, ma conosciuto in tutto il mondo”.
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