MOVIDA, “BASTA FANGO SUI LOCALI. PER NOI NON È DIVERTIMENTO, RISPETTIAMO REGOLE”


L’AQUILA – Dopo i runner, ad essere al centro del dibattito nazionale nel racconto dell’emergenza coronavirus è il tema della cosiddetta movida.

Se all’inizio della pandemia era chi praticava sport individuale a venire additato spesso come “untore” del virus, oggi nell’occhio del ciclone è finita la vita notturna delle città piccole e grandi, nonostante sia stato provato che la maggior parte dei focolai Covid arrivino dai luoghi di lavoro e anche, purtroppo, dalle strutture sanitarie.

Dopo l’ok dato dal governo alle uscite senza l’obbligo di autocertificazione e agli incontri con parenti e amici dopo due mesi di lockdown, si sono susseguite proteste, foto, articoli di giornale e ordinanze comunali che puntano a contenere gli assembramenti, soprattutto, per non dire quasi esclusivamente, quelli tra i giovani, “colpevoli” di condurre un divertimento irresponsabile con la complicità dei locali che gli vendono da bere.

Misure che nel caso dell’Aquila, come raccontato da Vq qualche giorno fa, puntano più a “calmare gli animi” che ad apportare interventi concreti, considerato che il provvedimento che vieta la pratica del cosiddetto botellon è in vigore già da tre anni.

La polemica cittadina sulla vita notturna e il divertimento sfrenato dei giovani è di vecchia data. Ma se si guarda con attenzione, all’Aquila sembra che nessuno si stia divertendo. Non si divertono i giovani, che dopo il sisma del 2009 si ritrovano ad affrontare una nuova emergenza sociale, e non si divertono i gestori dei locali, che con fatica e sacrifici stano cercando di ripartire con le proprie attività.

“Tanta gente confonde il nostro lavoro come una forma di divertimento, ma non è così” racconta Andrea Mancini a Virtù Quotidiane. Insieme al fratello Daniele (nella foto sotto) è titolare della bottiglieria “Lo Zio”, uno dei luoghi di ritrovo del centro storico cittadino: “Noi qui non ci veniamo a divertire, men che meno in questo periodo. Stiamo lavorando duramente, abbiamo dei costi di gestione e affitto non facili da sostenere, aspettando che la situazione torni alla normalità e che la gente torni qui a consumare, ma l’atmosfera polemica e ostile di certo non aiuta”.

Il locale è stato indirettamente coinvolto nei giorni scorsi in una polemica partita dalla segnalazione di una residente della zona, che lamentava sporcizia, vomiti di persone ubriache e la presenza di assembramenti ogni sera, chiedendo in maniera sarcastica se l’aiuola recentemente riqualificata fosse destinata alla “piantumazione di dispenser alcolici”.

“Ci preoccupiamo ogni giorno di mantenere pulita l’area, anche quando il locale rimane chiuso – continua Mancini – facciamo tutto servizio d’asporto, utilizzando materiale bio-compostabile che non ha impatto sull’ambiente. Siamo corretti e rispettosi delle regole, e qui ho visto molta responsabilità da parte dei clienti nel seguire le nuove regole anti-covid. Accettiamo le critiche quando sono costruttive, perché ti permettono di crescere e migliorare, ma queste non sono critiche, è buttare fango. Non voglio giustificare certi comportamenti, che sono sicuramente sbagliati e per questo vanno condannati, ma non accetto che i giovani vengano giudicati per la condotta incivile di pochi”.

In effetti, la tendenza a vedere di cattivo occhio i giovani e i loro comportamenti sembra essere abbastanza diffusa. Esaminando diversi aspetti, si fa forte l’idea che L’Aquila non possa essere una città per giovani.

A undici anni dal sisma, tra i pochi luoghi di aggregazione e socialità ci sono proprio quelli della “movida”: la cronica mancanza di mezzi pubblici adeguati e di strutture sportive di livello non lasciano molte alternative alla vita quotidiana dei ragazzi, e non fanno certamente dell’Aquila una città attrattiva per chi vuole venirci a studiare. In questo senso, la mancata proroga delle tasse universitarie richiesta dagli studenti, in un momento estremamente difficile per tutti, suona come una triste conferma.

“Questa generazione di ragazzi è molto cresciuta, mentalmente è molto più matura delle altre – commenta il titolare dello Zio – molti di loro sono rimasti per amore di questa città, proprio come chi come noi ha deciso di aprire qui la propria attività. Coloro che pensano di poter dare lezioni e insegnare qualcosa, dovrebbe cominciare col dare il buon esempio”.

La ricostruzione fisica e sociale della città ha ancora molto lavoro da fare. Pensando al contesto odierno della città e alle tante critiche mosse contro i giovani e il loro stile di vita, viene spontaneo chiedersi quali sarebbero state le reazioni nel caso in cui L’Aquila fosse quella del pre-terremoto, quando la vita notturna non era concentrata in poche piazze, ma abbracciava l’intero centro storico, sicuramente più affollato di quello che si vive adesso.

“Per come la intendo io, la movida, quella vera, è un’altra cosa. Si può chiamare movida la vita notturna dei grandi centri abitati, ma ciò che viviamo all’Aquila faccio fatica a chiamarlo così. Questa per me è semplicemente voglia di uscire e stare bene con le altre persone dopo tre mesi in cui siamo stati costretti a stare in casa. Gli episodi di inciviltà e maleducazione ci sono e vanno condannati, ma non si può far di tutt’erba un fascio”, evidenzia Mancini.

Costretta a vivere l’ennesima situazione di emergenza, L’Aquila è chiamata a dover scegliere cosa vuole diventare: una comunità cooperante e solidale, forte e gentile, che sfrutti le sue enormi potenzialità per farsi trovare pronta alle sfide che arrivano anche dall’esterno, oppure una conferma di un “immota manet”, chiusa e diffidente, che non investe (anche) sul futuro dei giovani e del proprio territorio.

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