“NON RIAPRIREMO TUTTI”: LA PROTESTA DEI RISTORATORI AQUILANI CHE OCCUPANO LE ROTONDE


L’AQUILA – “Non tutti riapriremo”. Così Luca Taralli, nel direttivo dell’associazione RistorantiAq vs Virus nonché titolare del ristorante La Cartiera del Vetojo, a ridosso della rotatoria di viale Corrado IV, una delle tante in città “occupate” da tavoli e sedie rovesciate in segno di protesta alla vigilia della riapertura prevista dall’ultimo decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Un flash mob chiamato #gameover, organizzato dagli associati, tutti ristoratori, titolari di bar e locali cittadini, per manifestare le gravi criticità, economiche e organizzative, cui è soggetta la categoria, forse la più colpita dalla crisi dovuta al coronavirus.

“Siamo in grande difficoltà – denunciano gli operatori – perché non abbiamo più risorse da investire, abbiamo bisogno di liquidità che le banche non concedono, fondi necessari per metterci in regola con le nuove normative sanitarie che tuttavia non sono ancora chiarissime”.

Se prima del covid il bene più prezioso sembrava essere il tempo, da domani potrebbe essere lo spazio. Da lunedì infatti a recuperare più rapidamente degli altri la normalità, e soprattutto i giorni persi di lavoro, sarà probabilmente chi ha più spazio. Come fa notare Valentina Sanchez, titolare del Rigoletto Bistrot preoccupata per la riduzione degli spazi, ma non delle spese.

“Non abbiamo bisogno di questo atteggiamento sanzionatorio e vessatorio da parte delle autorità”, le parole di Massimiliana Ippolito, titolare del ristorante Lo scalco.

“Sono molto preoccupato, non solo per la crisi economica ma se il Governo, come sembra, dovesse confermare le responsabilità del datore di lavoro in caso di contagio di un dipendente, sarebbe uno scaricabarile inaccettabile”, dice Donato Del Fiacco del bar Square Cosmopolitan.

Sulla mobilitazione degli esercenti è intervenuto anche il sindaco Pierluigi Biondi.

“Ricominciamo a vivere e non lo facciamo con spensieratezza. Dopo le massicce dosi di costrizione, siamo inondati di massicce dosi di libertà sicura. Ma a queste non corrispondono le regole che sono imposte alle categorie commerciali”, fa osservare in una nota. “Eravamo abituati alla convivialità, eravamo abituati ad assieparci ai cancelli dello stadio per la partita, ad ammassarci per un concerto. Oggi, da una parte ci dicono che possiamo tornare a mangiare una pizza fuori, possiamo ricominciare a cenare con gli amici, e dall’altra ci inquietano con plexiglass, distanze. Quelle che ci ammazzeranno se non saremo bravi, con l’insegnamento ricevuto e patito, a leggere e applicare nel modo giusto”.

“Le proteste, sacrosante, dei nostri ristoratori sono un’altra fotografia: lo Stato che da una parte tende la mano e dall’altra – per far presto? Per eccesso di prudenza? – la ritrae. Uno Stato che ci chiede responsabilità, ma poi avoca a sé il modo in cui praticarla”.

“Dal 18 maggio, non servono solo nuove regole per il contrasto, ma nuove regole verso la vita. L’etica della responsabilità deve superare la paura di cui rischiamo di diventare schiavi, alimentando i prodromi di una emergenza economica che già oggi ha confini mondiali e pochi eguali nella storia. E non farà distinzioni, neanche questa – conclude il sindaco – . Non possiamo consentire che il virus, dopo aver ucciso le persone, uccida l’economia, la cultura, le città, le comunità. Non può consentirlo lo Stato, non possiamo consentirlo noi”.

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