SULLE TRACCE DEI BRIGANTI LUNGO L’ITINERARIO ARCHEOLOGICO NATURALISTICO DELL’ALTA TUSCIA


ROMA – Il “Sentiero dei Briganti” è un itinerario archeologico naturalistico dell’alta Tuscia: il percorso si sviluppa per una lunghezza di 100 km e può essere fatto a piedi, in bicicletta o a cavallo. Il sentiero è immerso in una natura incontaminata e selvaggia che si estende dalla Riserva naturale del Monte Rufeno (al confine tra Lazio, Umbria e Toscana) a Vulci (Viterbo), in piena Maremma Laziale, attraversando luoghi di straordinario interesse storico, archeologico e naturalistico.

Nell’800 il territorio si presentava selvaggio, impervio, pressoché privo di grandi vie di comunicazione, con una popolazione scarsa e concentrata nei pochi centri abitati, circondati da ampie macchie boschive separate da gole profonde.

Questa conformazione territoriale – unitamente al fatto che si trattasse di una terra di confine tra Stato Pontificio e Granducato di Toscana (poi Regno d’Italia) – ne fece un luogo ideale per lo sviluppo del brigantaggio, fenomeno che trovava nell’estrema povertà della popolazione la sua prima ragion d’essere.

Benché si trattasse di veri e propri malfattori, il fatto che essi colpissero principalmente le ricchezze delle poche grandi famiglie di nobili, che detenevano la quasi totalità delle proprietà terriere, li rendeva vicini alla popolazione comune. Quest’ultima, afflitta da miseria e malaria, difficilmente tradiva o denunciava i briganti alle forze dell’ordine, permettendo loro di nascondersi nelle boscaglie e ricevere perfino i necessari approvvigionamenti.

Si trattava di uomini che anche nelle fattezze condividevano la natura selvaggia del luogo, con il loro classico cappello floscio, la barba ispida, i lunghi cosciali di lana, e che, col loro carico di miseria e disperazione, sceglievano una vita solitaria in questa terra aspra.

I loro nomi si incontrano lungo il cammino, e ne riscopriamo le “imprese” nei cartelli che via via incontriamo, in ciascuna delle 49 tappe: Luciano Fioravanti, Fortunato Ansuini, Damiano Menichetti, Angelo “Veleno” Scalabrini, fino al più noto di tutti, Domenico Tiburzi.

La mattinata, in cui ci troviamo a salire con le nostre biciclette verso i 1.000 metri di altitudine del Monte Rufeno, si presenta fresca e col cielo coperto. Meglio così, perché la pendenza non è indifferente. Siamo in 15, e il nostro obiettivo è percorrere tutto il sentiero in 3 giorni.

Appena iniziato il nostro percorso nella Riserva del Rufeno, ci appare subito evidente la dimostrazione che, se i Briganti sono ormai da tempo scomparsi, il territorio mantiene invece quelle caratteristiche “selvagge” sopra descritte: un cerbiatto, disturbato da questi strani cavalli meccanici, ci passa di fronte a pochi metri, saltellando e fermandosi poi ad osservarci meravigliato.

Scendiamo lungo le pendici boscose del Rufeno, lasciando l’Umbria e attraversando per un breve tratto la Francigena in Toscana, all’altezza di Radicofani, celebre per le imprese di Ghino di Tacco, citato da Boccaccio nel Decameron perché “per la sua fierezza e le sue ruberie uomo assai famoso che ribellò Radicofani alla Chiesa di Roma, e in quel dimorando chiunque per le circostanti parti passava, rubare faceva a’ suoi masnadieri”.

Rientriamo nel Lazio verso il lago di Bolsena, per poi risalire sul crinale dell’antico vulcano e scendere nella vallata che porta all’incantevole e isolato lago di Mezzano.

Nelle sue acque color cobalto, sono stati ritrovati i più importanti resti integri in Italia di abitazioni su palafitte, risalenti all’età del Bronzo.

Superata Farnese, luogo d’origine della famosa famiglia rinascimentale, entriamo nella Selva del Lamone, teatro delle “imprese” del famoso Domenico Tiburzi.

Nato nel 1836, fu prima pastore e poi buttero e – dopo aver ucciso un guardiano del marchese Guglielmi, che lo aveva multato per aver raccolto un fascio d’erba nel suo terreno – si dette alla macchia.

Fu lui l’ideatore della “tassa sul brigantaggio”: una sorta di “pizzo” che estorceva ai ricchi possidenti in cambio della sua protezione. Parte del ricavato veniva elargito alla fitta rete di informatori e collaboratori che trovava tra la popolazione, cosa che gli assicurò una lunghissima impunità. Nel 1896, quando, oramai vecchio (per i tempi) e zoppo, fu scovato dai carabinieri in un casolare vicino a Capalbio; dapprima ferito ad una gamba, fu poi ucciso, secondo alcuni dai militi, secondo altri per sua stessa mano. Ancor più leggendaria fu la sua sepoltura: al rifiuto del parroco di seppellire in terra consacrata un criminale si oppose l’intera comunità di Capalbio, decisa ad onorare chi era visto come un loro paladino. Si decise perciò di seppellirlo sotto il muro del cimitero, con gli arti inferiori dentro, in terra consacrata, e la testa e il torace fuori.

Riprendiamo il nostro cammino, ma le sorprese ancora non finiscono: usciti dalla selva del Lamone improvvisamente, mentre pedaliamo su una strada bianca in aperta campagna, la nostra guida ci indica un sentiero che si inoltra in un bosco.

Percorse poche decine di metri ecco comparire, immerse nella fitta vegetazione, mura, case, poi i resti di una chiesa medievale e di una piazza cinquecentesca, progettata da Antonio da Sangallo.

È l’antica città di Castro, che fu capitale dell’omonimo Ducato, istituito nel 1537 per volere del papa Paolo II, al secolo Alessandro Farnese per il figlio Pierluigi.

Poco più di 100 anni dopo venne distrutta per volere di Papa Innocenzo X Pamphili, stanco dei continui soprusi di Ranuccio II Farnese, che aveva fatto assassinare Cristoforo Giarda, nominato dal papa come vescovo di Castro.

L’antica strada che la collegava al mare ci porta a superare una profonda gola, per poi risalirla lungo una via cava spettacolare. Infine ci dirigiamo verso la nostra meta finale: il Ponte del Castello dell’Abbadia a Vulci, costruito dagli Etruschi trenta metri sopra il fiume Fiora.

Lasciamo Vulci e il sentiero dei briganti dopo tre giorni davvero pieni di emozioni e ci dirigiamo verso il mare di Montalto di Castro. Saliamo sul treno per Roma con la speranza di trovare presto altri nuovi luoghi così selvaggi e allo stesso tempo così ricchi di storia! Andrea Gaetano

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