Cronaca 04 Gen 2024 17:43

Vitigni Piwi, Nicola Biasi: “Il futuro è nei resistenti sostenibili, ma la qualità prima di tutto”

Vitigni Piwi, Nicola Biasi: “Il futuro è nei resistenti sostenibili, ma la qualità prima di tutto”

PESCARA – Può un vino sostenibile essere un vino buono? La risposta secondo Nicola Biasi, miglior giovane enologo d’Italia per Vinoway è “deve”. Lo ha detto più e più volte, parlando dei vitigni Piwi, (dal tedesco pilzwiderstandfähige, ossia resistenti ai funghi – malattie fungine), di cui è convinto sostenitore tanto da aver fondato una rete (che si chiama come lui) partita da sei aziende agricole in sei territori diversi tra Friuli, Veneto e Trentino, e che nel 2024 arriverà ad 11.

Dei contro, ma soprattutto dei pro dei vitigni resistenti, ne ha parlato a Pescara, domenica 10 dicembre, durante il convegno “Il cambiamento climatico e l’opportunità dei vitigni resistenti” organizzato nell’ambito di Pescara Abruzzo Wine, una 4 giorni che si è svolta all’Aurum, a firma Aies (associazione internazionale enogastronomi e sommelier).

Di fronte a una platea gremitissima, di addetti ai lavori e appassionati, Biasi ha rivendicato le basi della sua rete, messe nero su bianco nello statuto, e cioè qualità e sostenibilità, “esattamente in quest’ordine, perché nessuno vuole bere vini scadenti. Per fare un vino eccellente bisogna partire in vigna e dobbiamo usare varietà che funzionino bene nel contesto ambientale e climatico che abbiamo oggi”, ha affermato. Questo non vuol dire per Biasi, “espiantare tutti i vigneti esistenti a favore dei Piwi, ma osare e puntare su di loro, perché dietro ogni tradizione c’è una grande rivoluzione”.

I Piwi sono degli incroci tra vite europea e vite americana o asiatica. Le regioni di maggiore diffusione sono il Veneto con 446 ettari, poi il Friuli con 230, quindi il Trentino con 86 circa, l’Alto Adige con 65 e la Lombardia con 11. In Abruzzo se ne attestano una decina. “Non sono ogm”, ha chiarito Biasi, “e resistono a botrite, odio e peronospora”.

Ed è proprio per questo e alla luce dei danni pesanti che questo fungo ha fatto quest’anno, che i Piwi diventano più che mai attuali. “Oggi serve qualcosa per fare una viticoltura più sana e con la sicurezza di portare a casa il raccolto”. Poi c’è il tema della sostenibilità, obiettivo che i Piwi riescono a raggiungere. “La sostenibilità in viticoltura è data dalla quantità di Co2, acqua e riduzione chimica”, ha spiegato l’enologo. “Abbiamo fatto uno studio in un’azienda che fa parte della rete dei resistenti, dove sono stati analizzati tutti i fattori che producono anidride carbonica in due vigneti, a cinque metri di distanza l’uno dall’altro, impiantati nello stesso anno. Uno di merlot e uno di un vitigno Piwi. Lo studio ha evidenziato che nel secondo c’è una emissione di Co2 del 40 per cento in meno del primo”.

Tuttavia tra i contro dei Piwi, oltre ai costi iniziali di impianti, la reperibilità delle barbatelle, e l’autorizzazione nelle diverse regioni, c’è l’impossibilità di utilizzarli per produrre vini Doc, perché la normativa europea riconosce la prevalenza del sangue europeo (che nei Piwi è al 95 per cento), ma quella italiana no. “Siamo ancora fermi e serve una modifica a livello di governo”, ha ribadito Biasi, “cosa che invece altrove è consentita, come in Champagne”.

Al convegno, moderato dall’enologo Concezio Marulli, hanno partecipato Antonella Bosso, responsabile della sede di Asti del Centro di Ricerca Viticoltura ed Enologia che ha parlato degli effetti sul vino dei cambiamenti climatici e delle risposte da dare in cantina, per fronteggiarli, Edi della Sala specialista in diritto alimentare, consulente legale, marketing &business in wine food & beverage ed ambasciatore dello Champagne in Italia, Cesare Tiberio responsabile territoriale dei Vivai Cooperativi Rauscedo e l’enologo Romeo Taraborrelli.


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