A SANTO STEFANO DI SESSANIO SUL SET DI “PORZUS”, IL FILM MALEDETTO SULL’ECCIDIO PARTIGIANO


L’AQUILA – Nel 1997 veniva presentato al Festival di Venezia il film Porzûs, per la regia di Renzo Martinelli: l’opera suscitò da subito feroci polemiche perché riportava l’attenzione su un eccidio mai chiarito definitivamente, avvenuto tra partigiani nell’inverno del 1945 nella malga di Faedis, in Friuli, quando diciassette componenti della Brigata Osoppo vennero uccisi da alcuni appartenenti ai Gap, gruppi di azione patriottica.

In quegli anni difficili la politica internazionale aveva costretto il Partito Comunista a sacrificare in parte gli interessi nazionali a favore della supremazia di Tito e ovviamente la presenza nelle baite in provincia di Udine di gruppi di partigiani moderati creava fastidio e imbarazzo: un fastidio che sfociò nell’eccidio, apice di una forte divisione ideologica e politica nelle file della resistenza.

Quando il film uscì il clamore sollevato e soprattutto alcune audaci tesi politiche revisioniste del regista e dello sceneggiatore Scarpelli ne condizionarono la distribuzione a tal punto che fu praticamente impossibile vederlo nei cinema.

Ma le difficoltà per il regista Martinelli erano iniziate ancora prima, durante le riprese, quando molti sindaci dei villaggi friulani nei luoghi dove si erano svolti i fatti non avevano rilasciato la propria autorizzazione a girare, perché si trattava di una ferita per molti ancora aperta: la troupe decise allora di spostarsi in Abruzzo, e precisamente nella zona di Santo Stefano di Sessanio, dove trovò finalmente paesaggi simili ma soprattutto la tranquillità necessaria per raccontare un tema così delicato.

Ricordo come fosse oggi quando mi recai, in un giorno di sole dell’autunno del 1996, a Santo Stefano di Sessanio per curiosare sul set del film, perché nei giorni precedenti si era sparsa la voce della presenza in città di attori noti, e qualcuno di loro era stato addirittura avvistato nei locali più noti della città, chi al Boss, chi alla Quintana.

All’inizio credetti che si trattasse di una bufala, perché al nostro arrivo il paese si presentò sonnacchioso e deserto come sempre, ma dovetti presto ricredermi quando mi trovai improvvisamente di fronte a Gianni Cavina vestito da partigiano e con un mitra in mano, mentre da una vecchia porta semi aperta si intravedeva Giuseppe Cederna, in quegli anni famosissimo per aver recitato in Mediterraneo, mentre si rifocillava con cicolana e bicchiere di vino d’ordinanza.

Ma il meglio doveva ancora arrivare perché, totalmente liberi di circolare senza limitazioni di nessun genere (erano i piccoli vantaggi dell’era pre Facebook, nella quale gli eventi non venivano preannunciati o pubblicizzati e anzi dovevi cercarteli da solo), fummo richiamati da alcuni spari che ci guidarono in breve alla bellissima piazzetta Medicea, dove si stava preparando una delle scene clou del film.

La sequenza in questione prevedeva che il drappello di partigiani capeggiati dal tenebroso Lorenzo Crespi, “Geko” nel film, si recasse al centro della piazza per interrogare e poi uccidere il delatore fascista “Faccia-smorta”: come dimenticare, a pochi metri di distanza dall’azione, il fragore del mitra, caricato a salve ma in grado di produrre una vera grande fiammata, e poi l’attore che interpretava la vittima, Pietro Ghislandi, costretto a rimanere immobile nella posizione di caduta per una ventina di minuti perché andavano effettuati i primi piani sui suoi occhi impietriti e sul corpo ormai inerme.

Fu una delle mie prime esperienze da osservatore su un set importante, con la fortuna di trovarsi in un paesino semideserto, in pratica c’erano più attori che abitanti: tra i volti noti ricordo appunto, tutti armati fino ai denti, Cavina e Cederna, Lorenzo Crespi, Massimo Bonetti, Victor Cavallo, Bruno Billotta, mentre in studio fu girata la drammatica conversazione tra Gastone Moschin e Gabriele Ferzetti che fa da fil rouge alla vicenda.

“Agli inizi degli anni Settanta, l’anziano Umberto Pautassi arriva in un paesino della Slovenia per incontrare sotto mentite spoglie un forestiero suo coetaneo che vive lì da tempo, Carlo Tofani. Quando sono di fronte, i due si riconoscono subito, riprendono i loro soprannomi di un tempo, Storno per il primo, Geko per il secondo, e si rinfacciano le loro ‘verità’: quella dell’unico scampato, e quella del capo dei Gap che eseguì il massacro a Porzûs nel ‘45.. Si torna allora al passato. Nel 1945, la situazione al confine della Jugoslavia è confusa. Il 7 febbraio un centinaio di partigiani della brigata Garibaldi e dei Gap comunisti arriva a Porzus, cattura gli osovani e li accusa di collusione coi fascisti. Gli osovani vengono giustiziati freddamente a gruppi, nel giro di undici giorni. Tre scampano all’eccidio, e lo raccontano. Uno di essi è appunto Storno…”.

Regia: Renzo Martinelli
Sceneggiatura: Renzo Martinelli
Fotografia: Giuliano Giustini
Montaggo: Osvaldo Bargero
Musiche: Flavio Colusso
Interpreti: Lorenzo Crespi,  Lorenzo Flaherty, Gastone Moschin, Gabriele Ferzetti, Gianni Cavina, Massimo Bonetti, Giulia Boschi, Lino Capolicchio, Victor Cavallo, Giuseppe Cederna.

*critico cinematografico