I RITI RELIGIOSI DI PASQUA: QUEL LEGAME TRA MODICA, SULMONA E CAPORCIANO


di DINO DI VINCENZO

CAPORCIANO – In una piazza gremita di folla, dove si fatica a muoversi, dopo ore in cui la Madonna ha girato per le vie tortuose di Modica, tra i magnifici scenari del barocco siciliano, finalmente a mezzogiorno, nel luogo più importante della città, la Madonna incontra Gesù.

Risalente almeno al 1600, l’incontro fra la Madonna ed il Cristo Risorto, è reso caratteristico ed emozionante in questa versione modicana dal fatto che il simulacro di Maria è in pratica un burattino in legno sul tipo dei pupi siciliani.

La figura materna, in spalla a numerosi portatori e con gli abiti del lutto, ha vagato dall’alba di Pasqua, quando sì è sparsa la voce che Cristo è risorto, tra le strade della città, in cerca del Figlio. La rappresentazione ha un crescendo scenografico, tra gli abitanti festosi che assistono e partecipano all’evento. Giunta la processione nel luogo fissato, la Madre “scorge” in lontananza Gesù risorto.

Ed ecco che all’improvviso il simulacro perde il manto nero che la ricopre, lasciando così scoperto il suo vestito azzurro; contemporaneamente sono liberate in volo una decina di colombe bianche, nascoste nel basamento. Le due statue si avvicinano tra ali di folla, la Madonna muove le braccia, abbraccia la gente, impartisce benedizioni e, infine, si china a baciare il petto del figlio risorto.

Tutt’intorno, spari di bombe e campane a festa, la banda intona inni. È la cerimonia de ”La Madonna Vasa-Vasa”.

A Sulmona in Abruzzo, nelle stesse ore, un’altra spettacolare rappresentazione celebra l’incontro tra la Madonna e il Figlio. Questa è conosciuta come “La Madonna che scappa in piazza” ed è il rito più noto della Regione. Anch’esso richiama fedeli e turisti da ogni dove.

La cornice che incorona la rappresentazione è la grande e spettacolare Piazza Garibaldi, dove fanno da scenario da un lato l’acquedotto svevo, dall’altro la chiesa di San Filippo sormontata dal maestoso Morrone e, per il resto, da quinte di case, palazzi e chiese. Qui la tradizione, anch’essa secolare, prevede l’arrivo in piazza della processione.

La statua del Cristo risorto si ferma sotto l’arcata centrale del famoso acquedotto, in un maestoso baldacchino predisposto per l’occasione, mentre i simulacri dei Santi Pietro e Giovanni, accompagnati e preceduti da decine di confratelli, proseguono, a passo lento e maestoso, fino in fondo alla lunga piazza, dove, all’interno della chiesa di San Filippo, c’è la Madonna in lutto. La statua di San Giovanni si fa avanti, arriva al portale della chiesa e annuncia alla Madonna l’avvenuta resurrezione del Figlio. Maria però non crede a questa notizia.

Allora San Giovanni torna indietro verso San Pietro rimasto in attesa per chiedere aiuto. Quest’ultimo, a causa delle note bugie ripetute durante la Passione, non sarebbe credibile. Ritenta nuovamente San Giovanni ed infine è creduto. Si aprono i portoni della Chiesa ed esce il simulacro della Madonna. E qui c’è già una forte partecipazione emotiva del folto pubblico, cha applaude con fragore.

I tre simulacri, con quello di Maria posto leggermente davanti, si dirigono lentamente verso il lato opposto della lunga piazza, muovendosi con il tradizionale passo dello struscio, ondeggiando a destra e sinistra. Ad un segno convenuto, alle ore 12 precise, finalmente Maria scorge Gesù. E d’improvviso le cade il manto e il fazzoletto del lutto, appare vestita con un ampio abito verde con ricami d’oro, le spunta un garofano sulla mano e, da dentro il baldacchino, sono liberati dodici colombe. La folla applaude, la banda suona, le campane vanno a festa, si odono mortaretti, e inizia una veloce corsa dei portatori fino al raggiungimento con Cristo.

Se tutta la sequenza si svolge senza intralci (corsa, caduta del manto e fazzoletto, volo delle colombe), la tradizione prevede che l’anno sarà propizio, mentre se qualcosa non funziona come previsto, vi saranno sventure o calamità naturali. La preoccupazione diventa più grande se la statua della Madonna dovesse cadere durante la corsa o, ancor peggio, si rovinasse. Storiche sono le cadute del 1914 e del 1940, presagi delle successive guerre mondiali.

Anche a Caporciano, la mattina di Pasqua si celebra il rito dell’incontro tra Maria e Gesù, le cui origini risalgono al 1824.

A differenza degli altri due casi, qui l’usanza celebra l’incontro non a Mezzogiorno ma all’alba della Pasqua.

La celebrazione del momento di lutto è raccontata con la cosiddetta “ora del Popolo”. Canti, preghiere e litanie dal carattere funereo, che si svolge dalle cinque alle sei del mattino. La chiesa è ornata a lutto, con luci soffuse e un grande telo (sipario) nero che copre l’intero presbiterio. Davanti al telo c’è la statua “dell’Addolorata”, vestita a lutto, con le candele che fanno una flebile luce.

Poi in prossimità dell’alba, come da tradizione e come per magia, quando il parroco intona l’Alleluia, la grande chiesa si trasforma. Velocemente il grande sipario nero si apre, si accendono le luci dell’altare, quelle della chiesa, il coro, accompagnato dall’organo, canta a festa, suonano le campane e la banda.

Improvvisamente il clima cupo si trasforma in festivo, con allegria e colori. Sopra l’altare maggiore, in un tripudio di fiori e colori, c’è ancora il simulacro della Madonna con il mantello del lutto. Pian piano, con un abile movimento di carrucole, da dietro l’altare comincia ad apparire la statua del Cristo risorto.

Contestualmente, alla Madonna cade il mantello nero e appare nei suoi abiti più belli. Infine ambedue i simulacri ruotano verso i fedeli.

Segue la cerimonia religiosa e, alle sette del mattino inizia la processione per tutto il Paese che dura oltre un’ora. Dopo il rientro in chiesa segue, in piazza, la famosa colazione pasquale.

I tre riti che ho raccontato, pur lontani tra di loro e per le tradizioni che rappresentano, hanno tutti in comune molte cose. Più di quanto si potesse immaginare.

La partecipazione emotiva della gente che passa velocemente dal sentimento mesto della morte, a quello contrapposto e gioioso della resurrezione. I tre riti a loro modo, hanno una rappresentazione scenografica dell’evento che, la cinematografia di oggi, definirebbe “liberamente tratta dai vangeli”. Ognuno aggiunge qualcosa di originale per raccontare la storia e nulla importa che nelle Scritture non sia scritto.

I Vangeli, infatti, ci narrano che la Madonna avesse partecipato all’agonia di Cristo, stando sotto la croce, assieme a Maria Maddalena. Il Cristo risorto, tuttavia, apparve solo alla Maddalena e non alla Madonna.

Mentre le tre manifestazione sopra ricordate, s’incentrano fondamentalmente su questo fatto, l’incontro della Madre con il Figlio.

Forse un po’ compiacendosi verso una libera interpretazione, un po’ cedendo verso il tema di grande presa, rapporto madre figlio, un po’ forse per scacciare le numerose ipotesi, che vogliono Maria Maddalena come la sposa di Gesù (dai vangeli apocrifi e da alcune interpretazioni secondo cui anche nell’ultima cena di Leonardo, sia rappresentata una donna che giustificherebbe così che Gesù, dopo la resurrezione, sia apparso proprio a Lei).

I tre riti hanno ovviamente la piena e consapevole partecipazione della Chiesa, e indicano comunque un legame forte nell’intera area del mezzogiorno d’Italia.

Quello di Caporciano sarebbe addirittura stato mutuato da analogo rito che si celebrava in un monastero di Palma di Montechiaro, in Sicilia.

Ne abbiamo raccontato solo tre, ma gran parte dell’ex regno Borbonico è pieno di simili tradizioni, che si sono fuse ed evolute con simili riti diffusi in Spagna, ed in particolare nell’area centro meridionale.

Tutti indistintamente, compresi quelli della Settimana Santa, narrano liberamente le vicende evangeliche, costituendo un patrimonio culturale demo-etno-antropologico d’indiscusso interesse.

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Questo articolo di Dino Di Vincenzo è pubblicato sul numero 31 del periodico I Cinturelli. Nato subito dopo il sisma del 2009 dall’omonima associazione culturale, I Cinturelli è un free press, che ha la sua sede nel borgo di Caporciano (L’Aquila). I contenuti del periodico si incentrano principalmente su cultura, tradizioni popolari, bellezze artistiche e naturalistiche del territorio.

In questo numero, oltre all’articolo di Dino Di Vincenzo sui riti pasquali, si possono leggere l’intervista a Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, sul “Dantedì”; un ricordo di Franco Marini nella sua terra d’origine; un pezzo sulle opere del pittore Callisto Di Nardo di Barisciano; un saggio sui tabernacoli medievali della Chiesa di San Pietro in Valle a Caporciano e ancora il racconto di una vendemmia del passato; un articolo ironico sull’attualità politica e persino una ricerca sul possibile passaggio di Annibale in terra di Caporciano, raccontata tra il serio e il faceto.

Da questo numero il periodico è diretto da Giovanna Laglia.

I Cinturelli, distribuito anche in forma cartacea, è scaricabile al link http://icinturelli.altervista.org/giornalini/Cinturelli%2031/7/ANNIBALE.html.

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